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La Cina non si è fatta trovare impreparata. Gli alti funzionari di Pechino, che attendevano con ansia i dazi di Donald Trump aspettandosi una specie di tempesta perfetta, hanno aperto in tempo loro “ombrelli”. Sia chiaro: qualche goccia d’acqua colpirà inevitabilmente l’economia del Dragone visto che il gigante asiatico è al primissimo posto nella lista nera dei Paesi “purgati” da Washington.

Xi Jinping, a differenza dell’Unione europea (ne parliamo qui), si è però mosso in anticipo per limitare l’effetto delle nuove tariffe del 34% che si aggiungono alle precedenti misure statunitensi per una totale del 54%. Come? Innanzitutto la Cina ha rafforzato i rapporti economici con Corea del Sud e Giappone, ovvero le due economie più mature dell’Asia, nonché importanti partner strategici degli Usa, anche loro travolti dai dazi e dunque ben felici di usare il salvagente di Pechino.

Allo stesso tempo Xi in persona sta pianificando un viaggio nel Sud Est asiatico, nel cuore dell’Asean, con il chiaro intento di creare nuovi collegamenti con i governi di una regione dinamica finita a sua volta sotto la scure di Trump. Non è un caso che il leader cinese intenda visitare Vietnam, Cambgia e Malesia, con i primi due Paesi colpiti rispettivamente da dazi statunitensi del 46% e 49%.

Il jolly decisivo della Cina si chiama però Rcep, acronimo che sta per Regional Comprehensive Economic Partnership, un super accordo di libero scambio già in essere che coinvolge la citata Asean, insieme ad Australia, Cina, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud. E che potrebbe essere ulteriormente potenziato come scudo anti dazi.

Xi Jinping

Verso una comunità economica asiatica?

C’è una foto emblematica che fa capire come reagirà l’Asia ai dazi di Trump. A fine marzo, in Corea del Sud, il ministro del Commercio sudcoreano, Ahn Duk Geun, è stato immortalato al centro di una foto mentre stringeva le mani al suo omologo giapponese, Yoji Muto, e a quello cinese, Wang Wentao.

Poco importa se i tre Paesi sono storicamente separati da una rivalità insanabile: di fronte all’onda d’urto delle tariffe degli Usa, Seoul, Tokyo e Pechino hanno seppellito le rispettive asce di guerra impegnandosi a migliorare il libero scambio nella regione. Sul tavolo c’è un accordo economico tra Corea del Sud, Giappone e Cina che si inserisce nella più ampia cornice della richiamata Rcep.

L’obiettivo appare evidente: creare una sfera di prosperità economica asiatica che sia impermeabile alle tariffe Usa. E che riunisca, in un unico grande circolo, governi rivali e alleati, partner statunitensi, Paesi in via di sviluppo ed economie mature.

Basta guardare ai più recenti movimenti dei giganti economici del continente. Samsung, che fatica ad assicurarsi clienti negli Stati Uniti – nonostante abbia investito decine di miliardi di dollari nei suoi stabilimenti produttivi americani – si è rivolta ai gruppi tecnologici cinesi per cercare un sostegno per la sua divisione di semiconduttori in difficoltà. Risultato: tra il 2023 e il 2024 l’export del chaebol oltre la Muraglia è aumentato del 54%.

La Cina: salvagente e calamita

La Cina, dicevamo, farà leva sulla Rcep (e sulle sue immense dimensioni economiche) per attirare a sé l’intera Asia. Parliamo di un accordo di libero scambio firmato nel 2020 – ed entrato in vigore nel 2022 – formato da 15 Paesi dell’Asia-Pacifico (compresi i più sanzionati dagli Usa: Cina, Vietnam, Cambogia) che copre circa il 30% del pil mondiale (oltre 26.000 miliardi di dollari), il 30% della popolazione del pianeta (circa 2,3 miliardi di persone) e il 28% del commercio globale.

Le tariffe di Trump spingono dunque i membri della Rcep a prendere sul serio l’intesa, e anzi, a rilanciarla quanto prima. Non solo: l’India, che ha partecipato ai negoziati dell’accordo ma si è ritirata prima della firma – principalmente per timori legati alla concorrenza dei prodotti cinesi – potrebbe addirittura cambiare idea, visto che si è a sua volta ritrovata nel tritacarne economico degli Usa. Che dire di Taiwan? I dazi non hanno risparmiato neppure Taipei e i suoi big dell’hi-tech. Che, sedotti e poi abbandonati da Washington, potrebbero a loro volta clamorosamente tendere la mano alla Cina. Non c’è geopolitica che tenga: business is business. Soprattutto in Asia.

Donald Trump

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