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Il 2 maggio saranno da guardare con attenzione la presentazione dei dati di bilancio di Raiffeisen Bank International, il colosso del credito austriaco che dal 2022 ad oggi ha compiuto una scelta a dir poco controcorrente rispetto alla finanza occidentale: restare in Russia e, anzi, potenziare l’organico nel Paese sotto sanzioni da buona parte della comunità internazionale dei Paesi democratici. L’Austria, da tempo, rispetta in ossequio alla sua storia post-bellica una strettissima neutralità verso la Russia e pur avendo aderito alle sanzioni dell’Unione Europea non ha fatto della condanna all’invasione dell’Ucraina un fattore tale da rendere inevitabile la rottura dei rapporti politici e diplomatici. Il Paese centroeuropeo continua ad acquistare gas da Mosca, come ricordato su queste colonne da Gian Marco Boellisi, e Raiffeisen è l’emblema di un rapporto finanziario che si mantiene attivo.

E Raiffeisen, in particolare, in Russia assume. Dal 2021 al 2023, nonostante la guerra e le sanzioni, l’organico in Russia è cresciuto: da 9.300 a poco meno di 10mila dipendenti, un aumento di circa il 6,2% della forza lavoro in tempi complessi che va in controtendenza rispetto alle altre banche. Unicredit ha visto i suoi dipendenti da 4.383 a 3.171 persone (-17,6%), Deutsche Bank in Russia è passata da 1.722 a 179 effettivi (-90%).

“I dirigenti della Raiffeisen hanno sottolineato di trovarsi in una situazione precaria ma inevitabile: i profitti realizzati in Russia non possono essere rimpatriati e qualsiasi vendita delle loro attività richiederà l’approvazione del Cremlino”, nota il Financial Times. “Allo stesso tempo. la banca deve mantenere funzionali le proprie attività in Russia per attrarre un acquirente, senza sostenere apertamente l’economia russa in tempo di guerra”, aggiunge il Ft. Un equilibrismo complesso che ha portato, nonostante il calo dell’erogazione di prestiti del 56%, a strategie di crescita: la banca ha comunicato che gli aumenti sono legati principalmente all’obiettivo di dotare Raiffeisen in Russia di un’autonoma architettura di sicurezza informatica per valorizzare l’istituto nella prospettiva di una vendita, mentre il Ft segnala che Raiffeisen ha in programma 2.400 assunzioni, 1.500 delle quali nell’area vendite.

Del resto, già a marzo 2023 la banca avente come primo azionista un patto di sindacato tra otto banche locali austriache che ne detengono il 58,8% del capitale aveva annunciato l’apertura all’idea di cedere la sua filiale moscovita, ma non a prezzo di saldo. La Russia costituiva, prima della guerra, oltre il 40% dell’attività economica di un gruppo che fatturava 10,1 miliardi nel 2022 e dovrebbe assestarsi, nonostante il calo delle attività in Est Europa, a 9,88 nel 2023. Sono circa 4,2 i miliardi di euro che nel 2022 Raiffeisen dichiarava imputabili alle attività in Russia tra i suoi ricavi. Una quota maggiore di quella di qualsiasi banca occidentale, comprese le italiane Unicredit e Intesa San Paolo (quest’ultima a settembre 2023 ha ottenuto da Vladimir Putin l’ok all’alienazione della sua divisione russa). Anna Morris, funzionaria del Tesoro statunitense, a marzo ha acceso il faro del suo dipartimento di competenza, quello delle transazioni illegali in dollari, su Raiffeisen coordinandosi con l’ambasciata americana a Vienna per capire le prospettive della più attiva banca occidentale presente in Russia. L’Ucraina ha inserito la banca guidata dal Ceo Johan Strobl in una lista di enti economici “sponsor” della guerra di Mosca, ma dalle parti di Raiffeisen ricordano che la banca opera in Russia conformandosi al mutato terreno di gioco condizionato dalle sanzioni e non operando in alcun modo in settori condizionanti l’andamento dell’economia di guerra del Cremlino.

Del resto, non essendo la Russia sotto embargo totale, è bene sottolineare che operare nel Paese è complesso ma non impossibile, cosa che spesso sfugge a chi, in politica o nei media, vede la presenza in Russia tout court come un problema da emendare, una macchia da rimuovere per il buon nome di un’azienda. Gli attacchi emersi in Italia a gruppi come Danieli e Carraro, in tal senso, sono indicativi di tale lettura. Non si hanno notizie di violazioni di sanzioni da parte di Raiffeisen e dunque, fino a prova contraria, è bene consentire al gruppo il beneficio del dubbio. Il limbo in cui la filiale russa della banca con sede a Vienna si trova, schiacciata tra operatività continua in Russia e necessità di avere dal Cremlino il possibile via libera per una vendita, lascia proseguire lo status quo. E del resto sarebbe un problema per Raiffeisen non curare a dovere, sul fronte aziendale, la sua filiale russa sia con la prospettiva di una vendita sia con la prospettiva di un ritorno alla normalità commerciale dopo la fine della guerra in Ucraina. Sarebbe assurdo chiedere a una banca di “sabotare” la fonte del 40% dei suoi ricavi, che il 2 maggio vedremo a quanto si saranno assestati in Russia. E Raiffeisen non sembra aver alcuna intenzione di farlo, comprensibilmente.

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