Dopo l’importante tornata di nomine che ha condotto Dario Scannapieco alla guida di Cassa Depositi e Prestiti e il ticket composto da Nicoletta Giadrossi e Luigi Ferraris al vertice di Ferrovie dello Stato il premier Mario Draghi dovrà ora chiudere assieme al suo governo la questione delle nomine di vertice della Rai. Il presidente Marcello Foa e l’ad Fabrizio Salini, nominati nel 2018 dal governo Conte I, sono infatti in scadenza e non rinnovabili per un nuovo mandato.

Sulla Rai il governo è atteso alla prova più difficile nell’attuale tornata di nomine. In primo luogo, perché il “metodo Draghi” fondato sull’imposizione di una discontinuità sistemica rispetto alle precedenti esperienze, sulla scelta di figure professionali con curriculum consolidato e su una riduzione dell’esposizione delle nomine agli appetiti dei partiti in questo caso può applicarsi solo in parte. Il presidente della Rai, figura di garanzia che deve vigilare sull’applicazione dei principi pluralisti nei programmi della Tv di Stato e dirimere le controversie interne al consiglio di amministrazione, va infatti approvato con maggioranza di due terzi dalla Commissione di vigilanza parlamentare, e dovrà essere scelto come una figura di sintesi, super partes e con un processo che sappia “preparare il terreno” di fronte alle forze rappresentate in Parlamento. Le forze politiche non hanno toccato palla nelle nomine in Fs e Cdp, ma Draghi non vuole schiacciarle e capisce la sensibilità dei partiti per la definizione dei nuovi vertici Rai e l’attenzione alla necessità di garantire una Tv di Stato pluralista.

Anche per questo, nota Il Sussidiario, Draghi prende tempo. “La scadenza” per la scelta dei nuovi vertici “è slittata al 14 giugno, all’indomani della data di presentazione (prevista per il 9 giugno) dei nuovi palinsesti” e da Palazzo Chigi e dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, azionista di riferimento della Rai, traspare nervosismo per il fatto che i “cacciatori di teste” incaricati di sondare i curriculum più adatti per il ruolo di presidente e quello di ad (Key2people e Egon Zehnder) abbiano troppo spesso permesso l’uscita di notizie incontrollate.

Quel che è certo è che Draghi ha dovuto subire il rifiuto di Ferruccio De Bortoli per la carica di presidente, che era stata offerta all’ex direttore del Corriere della Sera, data la preferenza di quest’ultimo per il ruolo di editorialista in Via Solferino. Diversi anche i profili professionali dei manager che hanno rifiutato la chiamata come ad: Elisabetta Ripa (Open Fiber); Carlo Nardello (Tim); Fabio Vaccarono (Google Italia) e Andrea Scrosati (Fremantle).

Perchè appare difficile trovare un profilo adatto per la Rai? Da un lato, per i rischi legati alle pressioni politiche continue sulla Tv di Stato; dall’altro, per la difficoltà strutturale che impone il governo di un’azienda strategica per il paese e alle prese con un mercato esposto ad una trasformazione epocale e in cui serve un sostanziale rilancio di investimenti e prospettive. La scelta della Rai di costruire al Portello di Milano una nuova sede di produzione dei programmi è un esempio di programma strategico bipartisan che in prospettiva può e deve fondersi con un rilancio della Rai come edificatrice di una vera cultura nazionale, come produttrice di programmi che sappiano valorizzare le eccellenze artistiche italiane, come azienda moderna capace di padroneggiare le nuove tecnologie.

Per questo, nota Il Tempo, il ministro dell’Economia Daniele Franco e il direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera avrebbero suggerito a Draghi che per la carica di ad sarebbe meglio selezionare un profilo interno. Le strade che portano ai nomi di Paolo Del Brocco (ad Rai Cinema) e Marcello Ciannamea (direttore Distribuzione) sono molto calde. Al contempo, appare comunque verificata la fonte che vorrebbe Palazzo Chigi particolarmente attento alla possibilità di dare un ruolo a Alessandra Perrazzelli, vicedirettore di Banca d’Italia, nella futura governance di Viale Mazzini.

La quadratura del cerchio potrebbe, in tal senso, essere rappresentato dalla chiamata della Perrazzelli, figlia della scuola di Via Nazionale e dunque “draghiana” per costituzione, alla presidenza del consiglio di amministrazione, in una forma simile a quanto accaduto con Nicoletta Giadrossi per Ferrovie dello Stato, e alla scelta di un ad tecnico della materia televisiva e capace di presentarsi come trasversale rispetto ai partiti. Del Brocco e Ciannamea sono due delle figure più quotate in tal senso, ma al contempo negli ultimi giorni stanno salendo le quotazioni di Raffaele Agrusti, per trent’anni top manager di Generali oggi nel management di Monte dei Paschi di Siena, ma che in passato è stato presidente di Rai Way. In questo caso il “metodo Draghi” sembra aver aggiunto una dose extra di cautela evitando di puntare di figure divisive per Viale Mazzini: i giorni presi in più dal governo serviranno a testare di fronte ai partiti la solidità dei vari ticket che l’esecutivo proporrà. Nella consapevolezza che evitare uno stallo e veti incrociati su Viale Mazzini è fondamentale per superare possibili ostacoli e sminare il percorso dell’esecutivo garantendogli una navigazione serena nei mesi estivi.

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