Il celebre aforisma della “crisi come opportunità” di Albert Einstein si può applicare, con diverse accezioni, anche ai momenti di maggiore instabilità dell’economia e della finanza. Vale lo stesso discorso anche per l’attuale fase di instabilità finanziaria che, secondo accreditati analisti e enti come l’Ocse, potrebbe condurre il mondo a un calo nella crescita economica e scatenare una recessione nei Paesi più avanzati per l’effetto dell’epidemia di coronavirus, a cui ultimamente si va aggiungendo la guerra del petrolio.

Un esempio di opportunità di questo tipo è data dall’acquisto della società tedesco-olandese Qiagen, attiva dalle prime battute della campagna contro il virus nell’epicentro cinese di Wuhan, da parte di Thermo Fisher Scientific Inc., produttore di apparecchiature scientifiche per test di laboratorio, che ha premiato, sottolinea StartMag“fatto che Qiagen ha sviluppato test per il cancro e recentemente per il coronavirus COVID-19″. L’operazione, dal valore di 11,5 miliardi di dollari, è stata annunciata nel pieno della diffusione dell’epidemia, per consolidare il mercato farmaceutico-medico e mandare un messaggio rassicurante sulla risposta al virus. Vale lo stesso per i colossi della finanza che riescono a guadagnare dalla volatilità sfruttando le pratiche di High frequency trading.

Un’altra tipologia di opportunità è la possibilità di far venire al pettine numerosi nodi legati all’instabilità sistemica e fornire spazio di manovra per risolvere situazioni di problematicità. Che però, nel contesto finanziario attuale, rischiano di impattare sui mercati e l’economia reale facendo danni durissimi a livello sistemico.

Dieci anni di espansione monetaria globale in risposta alla Grande Recessione, di “quantitative easing globale”, di denaro a basso costo e di alimentazione del gioco borsistico hanno fatto schizzare in alto i livelli di debito aggregato su scala globale. Debito pubblico ma, soprattutto, privato, in particolare corporate: le politiche di Qe hanno favorito il galleggiamento di vere e proprie “imprese-zombie” favorite nella resistenza ai tracolli operativi dalle facili contingenze di ripagamento dei debiti. A inizio 2019 Il Fondo monetario internazionale stimava il debito aggregato in 184mila miliardi di dollari, 225% del Pil mondiale. 

“Posso calcolare i moti dei corpi celesti, ma non la follia delle persone”, scrisse amareggiato nel 1720 Isaac Newton, dopo una rovinosa perdita finanziaria seguita allo scoppio della South Sea Bubble. La corsa frenetica a mettersi alle spalle la Grande Crisi ha prodotto la più grande bolla debitoria della storia umana: una bolla che è servita, in larga misura, a permettere il decollo delle borse verso capitalizzazioni mai viste. Prima della brusca correzione attuale.

Stati Uniti, Cina, Giappone ed Eurozona assorbivano circa il 66% del debito famigliare, il 75% del debito corporate e l’80% di quello pubblico globale. Il coronavirus potrebbe causare un cedimento sistemico erodendo le capacità di ripagamento dei soggetti più esposti. Nel solo 2020 abbiamo assistito, per limitarci agli Stati, il recente default libanese e la nuova crisi debitoria argentina. E bisognerà valutare anche la “fame” di liquidità della Cina dopo la fine dell’emergenza, che potrebbe spiazzare quei Paesi (Gibuti, Pakistan, Montenegro, Sri Lanka) in affanno per la posizione debitoria verso Pechino.

Ma non è il debito pubblico a dover preoccupare maggiormente come ordine di grandezza. Come scrive Il Fatto Quotidiano citando dati Ocse “la quantità di obbligazioni emesse da imprese diverse da banche nel mondo ammonta a 13.500 miliardi di dollari. Più del doppio che nel 2008, anche tenuto conto dell’ inflazione. Il 25 per cento di questo debito è non-investment-grade, ad alto rischio. Un castello di carte: quando l’ economia frena, i bond ad alto rischio sono i primi a non essere rimborsati. E in circolazione ce ne sono abbastanza da creare seri problemi a chi li ha comprati”.

L’intervento correttivo dei governi e una manovra anticiclica basata sull’economia reale è ora più che mai necessaria per preservare il sistema dagli effetti di un tonfo che avrebbe conseguenze di lungo periodo. “Gli ultimi anni”, prosegue l’analisi, “hanno dimostrato che le Banche centrali riescono a far arrivare denaro a basso costo alle banche, ma non è poi così automatico che queste lo passino alle imprese in difficoltà, anzi”.

C’è uno stallo che non si risolverà con nuovi interventi basati esclusivamente sulla leva monetaria, ma che richiedono un’azione fiscale. Italia, Giappone e Regno Unito hanno messo in campo pacchetti da decine di miliardi di dollari per tamponare gli effetti del coronavirus, mentre negli Stati Uniti il senatore repubblicano Marco Rubio ha proposto un sistema di prestiti diretti del governo alle imprese medio-piccole che rischiano il blocco produttivo nel post-coronavirus. La fiducia andrà instillata a braccetto con la solidità dei sistemi economici: per il post crisi sarà fondamentale vigilare perchè certe accumulazioni di valori illusori e di debiti siano penalizzate da governi e regolatori. Al fine di rimuovere una spada di Damocle che periodicamente torna a pendere sulla finanza globale.

 

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