A quasi trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino c’è una barriera socio-economica che continua a dividere internamente le due Germanie. E si sovrappone all’ex confine tra la Repubblica federale tedesca schierata nel campo occidentale e la Repubblica democratica tedesca socialista. Ricca e efficiente, a confronto degli altri Paesi del blocco sovietico, ma comunque molto meno competitiva dell’Ovest a cui si riunificò nel 1990.

La disuguaglianza è la cifra determinante nel rapporto tra le due parti della Germania, la conseguenza di politiche costose e confusionarie seguite alla riunificazione, che nonostante trasferimenti monetari valutati in circa duemila miliardi di euro in tre decenni non hanno sortito l’effetto sperato. Il motivo principale? L’Est è stato gettato nella bolgia della competizione con le più efficienti, sviluppate e organizzate regioni dell’Ovest subito dopo aver perso il vitale aggancio alla catena del valore dell’Europa sovietica e dopo aver visto imposta, dal governo di Helmut Kohl, un’agenda economica basata sulla trasformazione in marchi dell’ovest dei molto più deboli e fluttuanti marchi dell’est.

Come spiegato in Anschluss dall’economista Vladimiro Giacchè la conseguenza è stata disastrosa per i tedeschi dell’Est, che hanno visto il complesso di proprietà pubbliche del vecchio stato compattate nell’organizzazione  della Treuhandstalt, un elefantiaco apparato politico-economico che avrebbe dovuto gestire la transizione dell’Est all’economia di mercato e alla quale fu dato il compito di ristrutturare 8.500 imprese di Stato della Rdt, che occupavano circa quattro milioni di dipendenti. Come fa notare Milena Gabanelli sul Corriere della Sera, “furono privatizzate le caserme, le proprietà dei partiti, le case popolari, 2,4 milioni di ettari di terreni agricoli e foreste. In parallelo, partì un grande piano di infrastrutture che ha portato i Länder orientali ad avere strade, ferrovie, ponti, parchi, a rinnovare il 65% del patrimonio abitativo e all’eliminazione del 95% delle emissioni di anidride solforosa, delle quali la Ddr era il primo emettitore europeo”. Il Pil pro capite dell’ex Rdt è salito dal 45% all’82% del livello medio tedesco, ma la disuguaglianza si è fatta sempre più marcata in quanto a accessibilità dei servizi, inclusione interna e opportunità economica. Gli stipendi sono la nota più dolente, risultando del 20% mediamente inferiori nei lander orientali.

L’Est ha perso inoltre risorse umane in quantità industriale, privandosi molto spesso dei suoi migliori talenti e di giovani formati nelle sue università, attratti a Ovest dai migliori stipendi e dalla più ampia prospettiva lavorativa: tra il 1990 e il 2000 circa 2,3 milioni di tedeschi hanno lasciato l’Est, mentre dal 2002 al 2016 il saldo è negativo per oltre 400mila unità. Spopolamento che definire selettivo è riduttivo, dato che riguarda soprattutto giovani tra i 18 e i 40 anni, e molte donne: l’ex Rdt in certe aree ha oramai tassi di natalità che superano di poco gli 0,50 figli per donna, contro l’1,3-1,4 del resto della Germania, ed è condannata a un duro declino demografico.

Città centrali all’epoca del comunismo come Cottbus, Rostock, Magdeburgo e le aree ad esse circostanti perderanno fino al 10% della loro popolazione da qua al 2035; nell’Est fa chiaramente eccezione per diversi indicatori la capitale Berlino, che pure come polmone economico non tiene il passo di Monaco o Francoforte, e alcune eccezioni in discontinuità. Pensiamo a Dresda, rivitalizzata come polo culturale e uscita dal decennale limbo a cui l’aveva costretto il devastante bombardamento alleato che la rase al suolo nel 1945; o a Lipsia, in cui sta gradualmente prendendo piede un polo industriale innovativo. Gradualmente, l’Est potrebbe conoscere un’ulteriore faglia trasversale con la nascita di sacche di ulteriore disuguaglianza interna.

Questo ha portato l’ex Germania socialista  a percepire come distanti, e in certi casi ostili, le azioni del governo di Berlino. Non a caso l’Est è la culla del successo elettorale di Alternative fur Deutschland (Afd), il partito di destra sovranista; il recente voto regionale in Turingia ha portato i sovranisti vicini al 24%, sopravanzati solo dalla sinistra della Linke (31%). Afd e Linke pescano i loro voti proprio a Estladdove la dialettica centro-periferia marcata in tutta Europa fa sentire in Germania i suoi effetti più forti. Segno della presenza di linee di faglia anche nella prima potenza europea. Che in un contesto di recessione economica e immobilismo politico rischiano di dare origine a fenomeni destabilizzanti e a una sempre più profonda spaccatura del Paese.

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