Potremmo definirlo un “mini quantitative easing”, uno stimolo monetario una tantum: la Federal Reserve di Jerome Powell ha messo in circolazione nel sistema finanziario americano 75 miliardi di dollari negli ultimi due giorni, alzando la disponibilità di base monetaria e liquidità nel circuito nazionale.
A essere significativo è il fatto che l’intervento sia avvenuto mediante un’operazione sui conti dei “repo”, ovvero i repurchase agreement, transazioni fondate su prestiti a brevissimo termine con promessa di riacquisto, che assicurano il funzionamento del mercato interbancario nel quotidiano. Sarà data più liquidità ai prestiti interbancari per favorire le transazioni day by day tra gli istituti: si tratta del primo intervento in campo Repo dai tempi della Grande Recessione, nel 2008. Allora la sezione di New York della Fed, “braccio armato” della banca centrale Usa, dovette sopperire al drastico tracollo della fiducia tra le banche, che avevano cessato di prestarsi denaro mettendo a rischio il funzionamento ordinario del sistema.
Oltre Atlantico molti sono tentati di leggere la scelta di Powell come una risposta estemporanea alla ripresa del Qe da parte della Bce destinata a passare da Mario Draghi a Christine Lagarde. L’interpretazione appare fallace, e più prosaicamente la mossa va in direzione dell’assecondamento da parte di Powell della politica del taglio dei tassi ufficiali dal 2,5% al 2,25% ed è finalizzata a normalizzare i rendimenti dei tassi praticati dal mercato, livellandoli al ribasso dopo che negli ultimi giorni si erano innalzati fino al 5%. La sensazione è però che Powell agisca “a ruota”, condizionato dalle pressioni politiche di Donald Trump, desideroso di un nuovo stimolo monetario per rafforzare la posizione delle piazze finanziarie, e dal paragone con il ben più attivo, decisionista e “sovrano” Draghi. Trump attacca la Bce ma sogna un banchiere centrale simile al governatore romano dell’Eurotower.
A suo modo Powell ha agito nella direzione di un’espansione monetaria che appare scelta quasi obbligata, e rischiosa per le banche centrali, ma lo ha fatto in un settore in cui, in genere, l’intervento è essenzialmente legato a cause emergenziali o estemporanee, per sanare i glitch, gli intoppi temporanei del mercato. Gli Usa rischiano, nel medio periodo, di finire in recessione, e la Fed ha agito per prevenire uno degli effetti di una crisi di fiducia del mercato dei capitali, mandando un messaggio di forte pregnanza politica.
Ora il passaggio successivo sarà, senz’altro, il già citato taglio dei tassi. Nuovo scenario base per tutte le banche centrali del pianeta, che la Fed certificherà con la sua azione. Constatazione della mancanza di idee in cui brancolano istituti gravati da un potere e una responsabilità sovradimensionati dalle mancanze della politica, che in tutto il mondo ha abdicato ai suoi doveri consegnando alle banche centrali l’onore e l’onere di tenere a galla i mercati con un diluvio di liquidità finanziaria non supportata, spesso, da politiche per l’economia globale. Powell appare debole ma può cavalcare l’inerzia dell’influenza globale della Fed sui processi economici. Finanziando il “repo”, il messaggio è chiaro: presto potrebbero suonare campanelli d’allarme. E allora per l’economia americana il rischio di un conflitto tra governance politica e “tecnica” (asse Fed-Dipartimento del Tesoro), basato principalmente sull’espansione della liquidità e il braccio di ferro sui tassi, sarebbe difficile da sanare e controproducente.
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