Lo scandalo che ha investito lo scorso giugno la società emittente di carte prepagate, Wirecard AG, consistente in un ammanco nei bilanci di oltre 1,9 miliardi di euro ha generato un terremoto all’interno del mondo finanziario tedesco. Ad esserne stati colpiti, infatti, sono stati tutti gli attori della vicenda: dai dirigenti della società con sede ad Asscheim ai controllori del Dax, passando per la società di revisione Ernst&Young e il massimo organo di vigilanza finanziario della Germania, la Bafin.

Proprio quest’ultimo, però, aveva attirato i sospetti sin dai primi giorni degli inquirenti, poiché l’ammanco di bilancio in questione non era mai venuto alla luce negli anni precedenti, sebbene la vigilanza tedesca avesse di fatto la possibilità di accedere alla documentazione societaria. E soprattutto, dopo le tante accuse – sempre archiviate – che erano state mosse già mesi prima nei confronti di Wirecard AG e che Monaco di Baviera aveva sempre considerato infondate. Tuttavia, gli ultimi svolgimenti dell’indagine potrebbero mostrare uno scenario a dir poco allarmante: la Bafin e i suoi dipendenti sapevano, ma potrebbero non aver – volutamente – agito per via dei propri tornaconti personali.

Secondo quanto emerso dalle indagini e riportato dalla testata tedesca Faz, infatti, molteplici dipendenti dell’organo di vigilanza finanziario tedesco avrebbero effettuato 69 operazioni sospette nei 18 mesi precedenti al tracollo su titoli Wirecard e derivati sul suo rendimento. Nella fattispecie, per circa il 2,4% degli investimenti totali degli individui in questione, che dalla speculazione sul titolo di Asscheim avrebbero ottenuto consistenti guadagni.
Operando spesso sul titolo e soprattutto per via del proprio ruolo, tuttavia, è parso molto strano agli inquirenti che nessuno di loro sapesse o sospettasse che sul titolo gravasse una bomba ad orologeria pronta ad esplodere da un momento all’altro. Soprattutto, poiché secondo i dati nelle loro mani sino a questo momento nessuno sembrerebbe aver perduto cifre considerevoli, essendosi sbarazzati in tempo dei titoli e dei derivati tossici indicizzati al rendimento di Wirecard AG.

L’elemento più preoccupante però è relativo al ruolo all’interno della Bafin occupato dagli indagati: tra le loro mansioni principali, infatti, spicca il controllo sulle attività di insider trading, una delle tante accuse che grava sulla testa dell’ex amministratore delegato Markus Braun e sul latitante Jan Marsalek. E letto in questa chiave, la sensazione è che dietro a questi mancati controlli e dietro alle operazioni portate avanti dal gruppo ci fosse una complicità tra i dipendenti della Bafin e la dirigenza di Wirecard AG.

Inoltre, non bisogna dimenticarsi di come l’atteggiamento tenuto sin dai primi giorni da parte dello stesso presidente dell’istituto di vigilanza tedesco, Felix Hufeld, sia stato assolutamente non collaborativo. “Wirecard AG è una società tecnologica” è stata la frase da lui maggiormente utilizzata in questi ultimi mesi, sebbene la natura stessa della sua operatività evidenzi l’esatto contrario. E in questo scenario, dunque, difficile per gli inquirenti non dubitare che il tentativo sia stato sin dal principio quello di indirizzare da un’altra parte le indagini: effetto però che pare non essere stato sortito, mettendo a questo punto gli stessi alti vertici della Bafin in una scomoda posizione.

Concludendo, dal quadro emerso parrebbe chiaro come all’interno della Bafin non ci fosse in realtà intenzione alcuna di indagare “troppo a fondo” su quanto accadeva nei palazzi si Asscheim. Soprattutto poiché la stessa società fruttava ogni mese lauti guadagni a molte persone ( sono state riscontrate al momento 69 operazioni sospette) e la scoperta di qualche scheletro nell’armadio avrebbe potuto danneggiare gli interessi degli stessi dipendenti della Bafin. In uno scenario, adesso, rischia però di mettere ancora più in discussione molte certezze dell’apparato finanziario tedesco.