Quello tra l’Italia e l’euro è sempre stato un rapporto controverso. A due decenni dall’entrata in vigore formale della valuta unica, il nostro Paese si colloca, purtroppo, tra gli “sconfitti” dell’integrazione che, negli anni Novanta, vedeva numerosi esponenti della sua classe dirigente celebrare come salvifica per le sorti di un’Italia uscita in maniera traumatica dalla fine della Guerra fredda e dalla tempesta di Mani Pulite.

Basti pensare alle lodi dell’euro tessute, in vista della sua entrata in vigore, dall’allora presidente del Consiglio Romano Prodi tra il 1996 e il 1998. Prodi, nella lectio magistralis “L’età dell’euro” tenutasi nel 1998 all’Università di Bologna enfatizzò la “rinuncia alla sovranità monetaria” a cui l’Italia andava incontro come un “atto senza precedenti”, uno dei principali “atti di cambiamento della natura stessa dello Stato moderno” di cui l’Europa, a suo dire, si sarebbe fatta precursore.

Tale fiducia cieca nell’euro, enfatizzata anche nel celebre aforisma “con l’euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più”, allora dimostrata da Prodi e, in larga misura, dagli esponenti del centrosinistra di governo, cozzava con le evidenti asimmetrie a cui l’Italia era destinata ad andare incontro aderendo alla moneta unica. E cozza apertamente con gli effetti di tali asimmetrie, oggi riscontrabili sotto i nostri occhi.

Perchè l’Italia è tra i perdenti dell’euro

L’Italia è tra i “vinti” dell’integrazione monetaria europea. La terna tra austerità fiscale, rigore monetario e mancanza di flessibilità sui cambi ha danneggiato fortemente l’economia del Paese a favore di Stati, come la Germania, il cui modello economico era meglio performante e che non hanno esitato a puntare sulla svalutazione interna, sull’indebolimento dell’elemento lavoro, sulla riduzione del welfare e sul rispetto selettivo delle regole comunitarie per costruire una piattaforma volta a favorire, essenzialmente, le proprie esportazioni. Trasformandosi in un freno, piuttosto che in una locomotiva, per il resto del Continente.

La mancanza di visione e lo scoppio della Grande Recessione hanno fatto il resto, portando  alle politiche di “distruzione della domanda interna”, per usare le celebre parole di Mario Monti, che hanno sforbiciato il principale determinante della stessa, gli investimenti in conto capitale privati e, soprattutto, pubblici. “Rispetto al 2009, l’Italia ha tagliato del 37,1% la spesa pubblica per investimenti, passando dai 54,1 miliardi del 2009 ai 34 miliardi del 2017, con una riduzione di circa 20,1 miliardi di euro”, ha scritto l’Agi citando una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Eurostat. “Si tratta del valore più basso fatto registrare dal 2004 ad oggi. Negli ultimi otto anni la spesa pubblica per investimenti in Italia è quindi calata in media di 2,5 miliardi ogni anno. In termini assoluti una riduzione ancora più significativa si è verificata soltanto in Spagna (-32,1 miliardi)”.

Sempre più italiani criticano l’euro

L’esito generale, sottolinea La Stampa, è stato “un processo di erosione delle opportunità per il ceto medio che si è trovato progressivamente impoverito, con un ascensore sociale bloccato, alimentando così il malessere per la mancanza di prospettive. Nello stesso tempo, il sistema produttivo ha conosciuto una polarizzazione crescente fra imprese che hanno saputo accrescere la competitività e altre, invece, che sono in difficoltà ed escono dal mercato. Dopo un biennio in cui gli spiragli di una leggera ripartenza avevano fatto capolino, oggi l’ Italia è di nuovo di fronte a una situazione di immobilità, con una crescita appesa allo zero-virgola”.

E un sondaggio del Centro Studi di Community Group commissionato dal quotidiano torinese ha testimoniato come un ventennio di problematiche sempre più evidenti abbia aumentato progressivamente la disaffezione dei cittadini verso la moneta unica: “nel complesso, quanti hanno una valutazione positiva verso l’ euro, nonostante le difficoltà, passano dal 67,6% del 2014, al 59,1% del 2019. Cioè, costituiscono ancora una maggioranza. Ma chi pensa abbia comportato solo complicazioni per la sua vita sale dal 22,4% (2014) al 40,9%. Ecco, allora, che la prospettiva di un’ uscita dall’Ue è accarezzata dal 34,1%, in decisa crescita rispetto al 2016 (18,9%) e una quota analoga auspicherebbe un ritorno alla lira (30,2%, era il 16,7% nel 2016)”.

Tra euro e lira

Certo, l’espressione stessa di “ritorno alla lira” è problematica: l’uscita dalla moneta unica, infatti, implicherebbe la creazione ex novo di un sistema monetario di natura completamente diversa rispetto a quello dismesso tra il 1999 e il 2002, il rilancio delle prerogative della Banca d’Italia e la promulgazione di misure politiche volte a prevenire eventuali effetti legati a speculazione finanziaria, svalutazione, ritorno di dazi commerciali e così via. Un processo che avrebbe costi elevati e benefici difficili da calcolare, sebbene l’assenza di casi concreti di uscita dall’euro impedisca di prevedere ex ante se i primi supereranno necessariamente i secondi, o viceversa.

Quel che è importante sottolineare è il fatto che l’Italia non abbia, sino ad ora, sviluppato un serio dibattito sul tema della sua permanenza nella moneta unica. Fatto paradossale se si pensa che anche in Germania, Paese “vincitore” dell’integrazione, il dibattito su cosa Berlino dovrebbe fare in caso di crisi dell’Eurozona è aperto e acceso. La levata di scudi con cui fu salutata la notizia stessa che Paolo Savona, mancato ministro dell’Economia del Governo Conte, aveva agli studi l’idea di un “piano B” per prevenire l’Italia dagli effetti del collasso dell’euro, ovvero avesse messo politica e informazione di fronte all’imprevedibilità della geopolitica e dell’economia contemporanee, testimonia l’arretratezza culturale del Paese su questo tema. L’euro, in Italia, è un dogma.

Anche in politica il dibattito sull’euro è debole

Definire, al contempo, “euroscettici” gli attuali partiti di governo sarebbe un’impresa ardua. La Lega e il Movimento Cinque Stelle hanno più volte posto l’accento sulle asimmetrie dell’Unione, criticato apertamente l’euro e posto ad alta voce la questione di un’eventuale uscita dell’Italia dalla moneta unica. Ma fuori dalla campagna elettorale, né Matteo Salvini né Luigi Di Maio hanno sviluppato il tema del rapporto tra l’Italia e l’euro o di una sua eventuale revisione.

Questo perché l’euro, prima ancora che moneta, è strumento politico: e oggigiorno l’Italia non ha, per errori passati e colpevolezze odierne, la forza per cambiare i rapporti e gli equilibri nella governance comunitaria, moneta unica compresa. Questo testimonia la difficoltà che affronta chi punta a trasmettere in proposte politiche concrete il sentimento d’insoddisfazione che, comprensibilmente, la società italiana ha sviluppato nei confronti dell’euro.

E, al tempo stesso, avverte circa un rischio fondamentale: l’eventualità che, in caso di una crisi irreversibile dell’euro dovuta a una recessione globale o a una crisi finanziaria, l’Italia si trovi nuovamente allo scoperto e indifesa. Incapace di impedire che i vincitori dell’euro ne determinino la fine nel momento a loro più conveniente: ciò che, di fatto, prevedono i “piani B” di Paesi come Germania e Olanda.