Fino a non molto tempo fa, i mercati finanziari globali erano esaltati come alfieri della democrazia. Ebbene, negli ultimi anni un paio di crisi hanno mostrato che non necessariamente i mercati finanziari portano democrazia alle nazioni, e che in certi casi possono addirittura minare la stabilità delle loro economie.

La democratizzazione della finanza era il perno della narrativa sui mutui subprime: mercati efficienti avrebbero promosso il social housing senza vuotare i portafogli dei contribuenti, riempiendo al contempo quelli dei risparmiatori.

In seguito è arrivata la Grande Recessione, e il conseguente bisogno di sempre più massicci salvataggi pubblici, non di un operatore piuttosto che di un altro, non di un mercato o di un altro, ma del mercato nel suo complesso.

Di fatto nell’ultimo trentennio non c’è stato nulla di più multinazionale dei mercati finanziari, che hanno prosperato sulla scia di una campagna sistematica volta a smantellare le barriere contro la mobilità dei capitali, portata avanti e perseguita con decisione dagli stessi Stati. Spesso guidati da governi di centrosinistra.

La rappresentazione della globalizzazione come di un processo di fatto inevitabile è sorta più dalla finanza che da altri domini, sulla scia del ragionamento che promuovendo la liquidità e la profondità dei mercati la mobilità dei capitali avrebbe generato i tipici effetti benefici delle economie di scala. Ampi mercati senza confini, si è detto per anni, sulla base della loro presunta efficienza allocativa, avrebbero distribuito le risorse nel modo migliore, dato che essi operano sulla base di meccanismi razionali e impersonali.

Di fatto, in realtà, la mobilità dei capitali si è strutturata come una modalità di voto, definita nel 2010 da Noam Chomsky come “il Senato virtuale”:

la liberalizzazione finanziaria crea un senato virtuale di investitori e prestatori che conducono referendum istantanei

Il non troppo velato riferimento di Chomsky alla formula di Renan sulla democrazia intesa come “plebiscito quotidiano” riferito alle nazioni rovesciava il significato di questo concetto: qui le “masse” chiamate a votare erano i creditori globali delle nazioni.

Questa è la realtà del capitalismo moderno, si potrebbe dire. Bisogna capire in che modo questa inversione nell’equilibrio di potere abbia almeno una base in termini di efficienza. Se la finanza o i mercati globalizzati potessero esibire una superiore capacità allocativa, non ci sarebbe altro da fare che arrendersi al progresso. Ma qui inizia la parte critica del discorso.

L’ipotesi dell’efficienza dei mercati, spesso associata al nome di Eugene Fama, si basa sull’assunzione che i mercati sono in gradi di “prezzare” il rischio fondamentale di un asset, con sole piccole deviazioni destinate ad essere riassorbite.

Shiller ha contestato e sfidato questa ipotesi molto presto, in un articolo del 2003. Ironia, o ipocrisia, della sorte, nel 2017 il premio della Banca di Svezia in onore di Alfred Nobel per gli studi economici è stato assegnato congiuntamente a Fama e Shiller.

La Grande Crisi del 2007 ha sfatato la presunta capacità di efficace allocazione dei mercati. In particolare, nel caso delle crisi dei debiti sovrani una letteratura concordante sottolinea il fatto che una larga parte del rischio prezzato dai mercati è creato dal mercato stesso sulla scia di sentimenti ed emozioni. E per di più un’ampia letteratura sui multipli equilibri sottolinea che le aspettative possono distorcere la valutazione dei fondamentali, specie nel caso dei debiti sovrani: “I debiti sovrani e i loro mercati sono potenzialmente soggetti a multipli equilibri. In casi di bassi tassi d’interesse, la possibilità che il debito sia sostenibile è alta, giustificando i bassi tassi. Pensiamo a questo come a un buon equilibrio. Ma potrebbe essercene un altro in cui gli investitori si spaventano, chiedono un premio al rischio maggiore, la crescita del servizio del debito, e facendo ciò fanno auto avverare i loro timori rendendo il debito insostenibile. Questo è un cattivo equilibrio. Multipli equilibri possono emergere più o meno in ogni momenti, ma sono più frequenti nelle circostanze odierne in cui gli investitori sono molto umorali”.

Parliamo ora dell’ultima crisi, quella pandemica. Se le economie avanzate si sono salvate dal collasso, questo è stato per l’azione dei governi nazionali, che hanno fatto passare grandi deficit di bilancio, e delle loro banche centrali, che li hanno supportati con la politica di acquisto di asset. L’effetto finale è stato, perfino in Europa, l’ottenimento di una stabilità molto maggiore di quella del 2007.

Qual è la morale? Bisogna tenersi alla larga dalla tentazione di assolutizzare. No, né gli Stati né le banche centrali né i mercati possono in solitaria ottenere tutti gli obiettivi di efficienza che tutti noi giustamente riteniamo importanti nella finanza. Quello che la pandemia e l’uscita dalla crisi ci insegnano è piuttosto un obiettivo politico molto specifico:

la necessità di bilanciare l’azione di questi tre attori in nome di una crescita sostenuta, sostenibile, socialmente accettabile

Se le politiche di quantitative easing hanno finora salvato la situazione, lo hanno fatto col prezzo di sempre crescenti disuguaglianze, a un prezzo sociale che non è più ragionevole pagare. Per il futuro andranno trovate nuove vie.

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