La recente crisi del prezzo del petrolio ha accelerato, ma non creato ex novo, il dibattito sul futuro dell’oro nero e degli equilibri energetici planetari. Così come l’età della pietra non finì per mancanza di pietre, l’era del petrolio non terminerà per l’esaurimento di tutti i pozzi, ma volgerà al tramonto quando su scala globale si troveranno mix energetici più performanti e sostenibili economicamente.

Più volte si è lanciato l’allarme per un esaurimento in prospettiva dei pozzi, ma come sottolinea Rivista Energia,il tasso di sostituzione delle riserve è stato maggiore del tasso di crescita della produzione (1,2% vs 1% tra il 2007 e 2017). E questo nonostante il consumo di petrolio sia nel frattempo abbondantemente cresciuto fino a quasi sfondare quota 100 milioni di barili al giorno”. Sarà l’economia a dettare la flessione definitiva della curva.

La congiuntura attuale, caratterizzata da un mercato anemico e che, secondo l’ad di Eni Claudio Descalzi, potrebbe portare a un milione di disoccupati nel settore petrolifero è invero decisamente drammatica. Il petrolio stava già conoscendo un lento declino nei mix energetici, dato che la sua quota prevista da molti analisti per il 2020 era del 32% del fabbisogno energetico globale contro il 46% del 1970. “Le previsioni”, fa notare StartMag, “mostrano che la quota di petrolio scenderà a quasi un quarto entro il 2040, quasi alla pari con il gas. Si prevede inoltre che la quota di energie rinnovabili salirà al 14% nel 2040 da praticamente zero nel 2000”.

Il petrolio è sul viale del tramonto, un viale che però si preannuncia lungo e verrà percorso con lenti e graduali passi. Troppo elevata è la sete di petrolio delle grandi economie a rapida crescita dell’Asia orientale e troppo elevata la rilevanza geopolitica di aree come il Golfo Persico, il Venezuela, l’Artide russo per ridurre, allo stato attuale delle cose, l’oro nero a un ricordo del passato. Qualsiasi risorsa sostituirà nel mercato globale il petrolio come risorsa energetica di riferimento dovrà avere sfruttata in maniera versatile: avere la capacità di creare attorno a sé un mercato e un sistema di riferimento; poter essere commercializzata con economie di scala convenienti; avere applicazione nei due ambiti oggi pertinenti al petrolio, industria e trasporti; avere, esigenza insorta negli ultimi anni, un impatto ambientale in termini di emissioni ridotto rispetto all’oro nero.

Allo stato attuale delle cose, nessuna di queste risorse è completamente pronta al “grande salto”. Il gas naturale, ad esempio, si è costituito una serie di nicchie di mercato venendo sfruttato sulla scia dei vantaggi competitivi rispetto al petrolio in aree dove i costi e le economie di scala performano al meglio.

Prendiamo il caso del Mediterraneo, regione in cui la proliferazione di estrazione e gasdotti ha portato avanti una diffusione del gas naturale come fonte di generazione energetica e riscaldamento nei Paesi europei che si affacciano sul bacino marittimo; tuttavia, per il settore dei trasporti non è fino ad ora decollata l’idea di sfruttare la componente principale del gas naturale, il metano, come combustibile. Se i giacimenti sono lontani dai luoghi di consumo o situati in mare aperto, risulta quasi impossibile imbrigliare ed utilizzare il metano che emerge come prodotto di scarto dalle perforazioni petrolifere, mentre nel caso dell’estrazione di gas naturale circa due terzi del metano ritrovato allo stato puro non viene trasportato per l’elevato costo relativo dello spostamento via gasdotto.

L’uso del gas sotto forma di Gnl sta per ora introducendosi rapidamente nel settore navale, dove precise norme ambientali prevedono la sostituzione dei bunker petroliferi nei porti con serbatoi di Gnl per ridurre l’inquinamento e la minaccia alle delle zone costiere.

Ancora a livello basilare è lo sviluppo dell’economia dell’idrogeno, che soprattutto in seguito agli studi dell’economista Jeremy Rifkin ha acquisito fama nella pubblicistica. L’idrogeno, sottolinea Industria Italiana, “non genera nei suoi vari utilizzi emissioni climalteranti e inquinanti e può essere trasportato e stoccato utilizzando le infrastrutture già esistenti”, come i gasdotti. L’uso dell’elettrolisi per la generazione elettrica e la costruzione di veicoli a idrogeno e infrastrutture con stazioni di riferimento per i mezzi di questo tipo sono già state ipotizzate nelle alte sfere decisionali europee e statunitense. Sull’idrogeno la principale ambiguità è legata al fatto che la risorsa, allo stato naturale, non è presente in natura e la sua produzione deve avvenire con un processo a monte avente impatto ambientale e costi.

Sul tema della generazione elettrica si potrebbe aprire la nicchia più importante per la sostituzione dell’oro nero nei processi a servizio dell’economia. Qui la prospettiva di una sostituzione del petrolio con risorse più performanti e verdi è tutt’altro che remota. Sia nel 2018 che nel 2019, per fare il solo caso dell’Italia, idroelettrico, bioenergia, eolico, fotovoltaico e geotermico assieme hanno garantito oltre il 40% della generazione. A livello globale fa ben sperare che tra i maggiori investitori in questi campi vi siano Paesi, come la Cina, che per la generazione sfruttano non solo il petrolio ma anche il carbone.

Concludendo, riteniamo possibile ipotizzare che la fine dell’era del petrolio possa avvenire a “macchia di leopardo”, con l’oro nero che nel corso del XXI secolo verrà gradualmente ridimensionato nel ruolo e nell’impatto sull’economia, senza mai scomparire perché relativamente economico e versatile nel trasporto, lasciando il passo nei singoli settori a quelle risorse che si dimostreranno maggiormente sfruttabili. L’uso domestico è già nicchia del gas naturale, la generazione elettrica vira verso le rinnovabili, nei trasporti il greggio domina ancora, ma l’investimento massiccio per la sua sostituzione graduale potrebbe aver risultati nei prossimi anni. La discussione qua presentata invita, se ancora ce ne fosse il bisogno, a valutare la questione energetica in maniera pragmatica, specie considerando che dietro a ogni risorsa energetica vi è un’inevitabile sfida geopolitica per il controllo delle fonti e la loro commercializzazione. E per questo motivo gli interessi a favore del proseguimento dell’era del petrolio sono tutto fuorché indeboliti.

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