Vladimir Putin ha rotto gli indugi e lanciato la sua proposta per porre fine alla sinora breve ma logorante guerra dei prezzi del petrolio che vede Mosca contrapposta all’Arabia Saudita sin da inizio marzo.

Dopo che dall’Opec erano giunte voci di una possibile apertura a tagli alla produzione e dopo che Donald Trump aveva rilanciato l’idea, il prezzo del petrolio era tornato a decollare sui mercati internazionali: il Brent, ad esempio, ha nuovamente sfondato il muro dei 30 dollari al barile. Vladimir Putin ha poi affermato che, secondo la Russia, “si può parlare di una riduzione di 10 milioni di barili al giorno”, facendo dunque eco nelle cifre all’amministrazione della Casa Bianca.

Rispetto all’Arabia Saudita, che prospetta l’ipotesi di tagli come “dono” unilaterale, e agli Stati Uniti, che sperano di passare indenni la fase di decurtazione della produzione, Putin ha però aggiunto che auspica una strategia di tagli programmata e condivisa tra i vari attori per porre fine alla guerra dei prezzi. Il crollo del prezzo al barile sta mettendo in ginocchio lo shale oil statunitense, che beneficerebbe di un nuovo rally della quotazione, ma per Washington cooperare, nonostante sia indispensabile, è legalmente problematico.

Come scrive Il Sole 24 Ore, “una riduzione dell’offerta di greggio anche da parte degli Usa – oggi primi fornitori mondiali – è indispensabile per sostenere il prezzo del barile a fronte del crollo della domanda legato al coronavirus. Ma l’idea di imporre limiti all’attività delle compagnie, fosse anche solo per frenare le esportazioni, sta sollevando forti polemiche oltre Oceano”.

Trump sa che andare al muro contro muro sulla questione rischia di esporre gli Usa come responsabili del mancato rafforzamento del mercato petrolifero globale. Il suo primo consigliere economico, Larry Kudlow, si è dichiarato certo della possibilità di un accordo: perchè ciò avvenga l’amministrazione dovrà trovare un punto di contingenza col settore privato e con gli Stati federali.

Big Oil è divisa, tra chi è pronto a cooperare, chi chiede un nuovo blocco dell’esportazione di idrocarburi (dopo la riapertura al mercato globale nel 2015) e chi propone dazi al greggio straniero. Nel cuore del continente americano la Oklahoma Energy Producers Alliance ha chiesto ai produttori di sospendere temporaneamente l’apertura di nuovi impianti che si rivelerebbero un buco nero economico-finanziario. Ryan Sitton, commissario della Texas Railroad Commission, è a sua volta a favore di tagli alla produzione. Altri Stati che contribuiscono grandemente all’output energetico statunitense, come l’Alaska, non dispongono di autorità o strumenti giuridici deputati a controllare autonomamente l’erogazione di petrolio.

Putin si è recentemente inserito con furbizia tra statunitensi e sauditi, pungendo sul vivo entrambi quando ha dichiarato che a suo parere la mossa di Riad sui prezzi era una strategia per sbarazzarsi dei concorrenti nel settore dello shale oil. Da Mosca traspare la volontà di fare asse con Washington per presentarsi di fronte all’Opec con un potere negoziale senza eguali nel mercato energetico e con la capacità di mediare una riduzione graduale della produzione che ponga fine al braccio di ferro sui prezzi. La buona luna delle relazioni russo-americane, rafforzate dalla cooperazione nella lotta al coronavirus, rende questo il momento propizio. Putin ha giocato d’astuzia: ora l’onere della scelta sta agli Stati Uniti che, in prospettiva, hanno tutto da guadagnare nel fare asse con la rivale Russia contro l’alleato saudita sul greggio. Comunque vada, Mosca ribadisce la sua centralità nelle politiche petrolifere globali.