Sull’isola honduregna di Roatán, tra le sfumature turchesi dei Caraibi e la seconda barriera corallina più grande del pianeta, sorge un esperimento che mira a ridefinire il concetto stesso di civiltà. Si chiama Próspera, ma chiamarla città è un puro esercizio di marketing. Per ora, l’Atlantide del futuro si riduce a un pugno di strutture: un lussuoso resort, con tanto di centro dedicato ai bitcoin, e un solo grattacielo residenziale di quattordici piani, collegati da un minibus privato battezzato Liberty Line. E tuttavia è qui che il bio-hacker e miliardario americano Bryan Johnson si è fatto iniettare una terapia genica sperimentale da venticinquemila dollari per inseguire il suo distopico sogno della giovinezza eterna. Un trattamento, va da sé, privo dell’approvazione di qualsiasi autorità sanitaria internazionale. Ma a Próspera questo dettaglio non rappresenta alcun ostacolo: gli enti regolatori semplicemente non esistono, rimpiazzati dal potere del denaro.
Laboratorio giuridico sulle ceneri di un colpo di Stato
Per comprendere come un lembo di terra caraibica sia diventato il parco giochi della Silicon Valley, occorre riavvolgere il nastro al 2010. L’Honduras era destabilizzato dal golpe dell’anno precedente, afflitto da un’instabilità cronica e con un apparato statale vulnerabile alla corruzione. In questa crepa istituzionale si insinuò l’idea delle cosiddette charter cities. Teorizzate dall’economista Paul Romer, corrispondono a città-Stato autonome dislocate in Paesi poveri e normate da leggi pensate su misura per gli investitori stranieri. Una sorta di hub extraterritoriali per ricchi. Ma per realizzarne il prototipo honduregno, serviva comunque una legge ad hoc. E quella che vide la luce attraverso la cosiddetta ZEDE (“Zone di occupazione e sviluppo economico”) fu appunto una concessione senza precedenti che svuotava l’Honduras della propria giurisdizione, cedendo una fetta di territorio al controllo di entità private.
La Silicon Valley alla conquista dei Caraibi
La svolta arrivò quando una cordata di imprenditori e fondi di investimento collegati a figure di spicco del panorama tecnologico, tra cui Peter Thiel e Marc Andreessen, intravide l’opportunità di concretizzare le loro idee tecno-futuriste, un miscuglio di anarco-liberismo e transumanesimo. Attraverso una società registrata nel Delaware, il gruppo ottenne il diritto sovrano sull’isola di Roatán, trasformato in un servizio a pacchetto. Funziona così: chi desidera avviare un’attività a Próspera è tenuto a stipulare una polizza assicurativa privata per la copertura dei rischi e selezionare il quadro normativo di proprio gradimento, importandolo come se stesse installando un software. Tassazione ridotta all’1 per cento, procedure burocratiche azzerate, tribunali arbitrali al posto dei giudici ordinari e la criptovaluta elevata a moneta d’accesso con cui pagare tasse, polizze e persino permessi di soggiorno. La fantasia realizzata dei libertarians: lo Stato minimo privatizzato.
Enclave elitaria e neocolonialismo
Mentre i cosiddetti e-resident celebrano l’assenza di vincoli, per la popolazione autoctona la realtà ha un volto decisamente più cupo. L’insediamento dell’enclave privata ha innescato profonde spaccature nella comunità afro-caraibica di Crawfish Rock. Se una minoranza spera di beneficiare dell’indotto turistico e immobiliare, la maggior parte degli abitanti avverte il progetto come una minaccia esistenziale: teme la contaminazione delle risorse idriche a causa dei test medici ed edilizi condotti senza controlli, l’accumulo incustodito di rifiuti speciali e il rischio di espropriazione qualora la città decidesse di allargare i propri confini. È la riproposizione di una dinamica tipicamente colonialista: una forza finanziaria esterna si appropria del territorio, frammenta il tessuto sociale nativo e impone una barriera fisica e giuridica presidiata con tanto di filo spinato da vigilanza armata.
Ricatto finanziario
Nel 2022, le autorità dell’Honduras, con un sussulto di dignità, hanno fatto marcia indietro. Sotto la presidenza di Xiomara Castro, il Parlamento e la Corte Suprema hanno decretato l’incostituzionalità e deciso l’abolizione delle ZEDE, giudicate una lesione inaccettabile della sovranità nazionale. Per la cronaca, il principale sponsor locale del progetto, l’ex presidente Juan Orlando Hernández, è stato successivamente arrestato ed estradato negli Stati Uniti con pesanti accuse di narcotraffico. Tuttavia, la società operatrice di Próspera ha risposto con un’azione legale citando lo Stato honduregno davanti ai giudici della Banca Mondiale, con la richiesta di un risarcimento di 10 miliardi di dollari, cifra corrispondente a circa il quaranta per cento dell’intero Prodotto interno lordo del Paese centroamericano. Un ricatto finanziario bello e buono, che dimostra come le corporations pretendano ormai un rango pari, se non superiore, a quello di uno Stato sovrano.
L’algoritmo al posto della politica
Al di là dell’aspetto giuridico, Próspera è il simbolo di una deriva radicale. L’obiettivo finale di una sperimentazione di questo tipo non è il profitto immediato, ma l’affermazione di una precisa ideologia: lo smantellamento della sfera pubblica. La legislazione non nasce più dal conflitto politico, ma si automatizza in un algoritmo gestionale che filtra, ordina e sanziona in modo apparentemente neutrale. La nozione stessa di comunità, intesa come spazio per amministrare beni comuni da garantire anche a chi ha redditi bassi, si dissolve.
Próspera rappresenta, né più né meno, non la cancellazione della sola democrazia, ma la fine della politica in quanto tale, sostituita dal dominio palese, diretto e senza infingimenti di un comitato di businessmen. E come ha scritto l’esperto di innovazione digitale Michele Kettmaier, “non è un incidente isolato”, ma “una miniatura del possibile”. Un luogo, cioè, in cui “la sovranità diventa merce, la cittadinanza una condizione contrattuale e il futuro politico un campo di battaglia tra Stati che cercano di mantenere il controllo e aziende globali che rivendicano il diritto di governare porzioni di mondo come se fossero data center o campus aziendali” (Il Sole 24 Ore online, 1 dicembre 2025). Il futuro è già qui. E si pagherà, letteralmente, a caro prezzo.
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