Nel contesto della crisi economica internazionale legata alla sovrapposizione tra la pandemia di coronavirus e la guerra sui prezzi del petrolio tra Russia e Arabia Saudita anche il mercato delle materie prime alimentari rischia di essere travolto.

Complice l’aumento dell’insicurezza economica e le frenate del commercio internazionale il mercato globale delle commodities di stampo alimentare è in frenata e diversi Paesi impongono barriere all’esportazione di risorse divenute fortemente strategiche. Come ricordato recentemente su queste colonne da Paolo Mauri, Paesi come Russia, Serbia, Vietnam, Cina e Kazakistan stanno riducendo le forniture di generi alimentari verso i partner commerciali.

I principali cereali quotati al Cbot, la borsa merci di Chicago, hanno chiuso le contrattazioni la scorsa settimana in rialzo, in un contesto di aumento dei prezzi che si è protratta anche nelle ultime sedute. In Italia, sottolinea Agricoltura.it, “nell’ultima settimana, i contratti con consegna a maggio hanno registrato un aumento del 5,92%. Ma tutti i cereali registrano aumenti: il mais +0,66%, la soia oltre il 2%, l’avena +1,39% e la canola +0,22%. Al rialzo anche le quotazioni dell’olio di soia (+4,65%), e del riso (+5,07%)”.

Nell’era della globalizzazione il cibo è asset strategico, a causa dell’internazionalizzazione delle filiere produttive e delle catene del valore che hanno concentrato anche le quote di mercato in pochi, importanti produttori. Superpotenza dell’export cerealicolo è senz’altro la Russia: a cavallo tra luglio 2018 e giugno 2019 la Russia ha esportato 35,7 milioni di tonnellate di grano, più della intera Unione Europea, a fronte di un raccolto di 71,6 milioni di tonnellate. L’imposizione di restrizioni su export di questa tipologia tanto delicata può influire notevolmente i mercati mondiali. Nel Paese le quotazioni del grano avevano raggiunto i 13.270 rubli per tonnellata (153,69 euro), superando addirittura il valore del petrolio degli Urali, sceso a 12.850 rubli per tonnellata (148,82 euro).

A questo si aggiunge il fatto che il gioco di scommessa borsistica sta passando dalle materie prime energetiche a quelle alimentari. Il trend di decrescita dei prezzi del petrolio ha spostato la scommessa sui futures soprattutto sui più volatili generi alimentari.

Chi potrebbe sentire notevolmente l’effetto di questi sviluppi è l’Italia. Il mercato interno nazionale si è già accorto dell’evoluzione delle dinamiche globali sotto effetto di un maggior peso economico del carrello della spesa. Questo, in primo luogo, per la grande dipendenza del sistema Paese dalle importazioni: quello che una volta era un grande Paese produttore di cereali è stato mandato al tappeto dalla crescita della competizione con produttori capaci di giocare sul terreno del dumping salariale o qualitativo. Questo è il caso del Canada, che grazie all’accordo commerciale del Ceta ha potuto letteralmente assaltare i 300.000 produttori cerealicoli italiani. Tra gennaio-giugno 2018 e gennaio-giugno 2019 la quantità di grano importata in Italia dal Canada sotto le regole del trattato commerciale voluto dall’Unione Europea è salita di nove volte a 387 milioni di chili. Il settore di pertinenza è soprattutto quello del grano duro, che l’Italia importa dall’estero per poco meno di un terzo del suo fabbisogno. E il grano duro canadese è agevolato nella sua pervasività commerciale dai più bassi costi di produzione legati ai ridotti standard securitari dell’agricoltura canadese, simili a quelli del vicino statunitense, non ricompensati nell’evoluzione della legislazione Ceta.

Anche nel settore del grano tenero l’Italia è enormemente dipendente, dato che importa circa il 70% del suo fabbisogno. Il frumento è salito di 5 euro in una settimana sul mercato italiano, a 225 euro la tonnellata, mentre il grano duro è invece a 300 euro, ai massimi da sempre.

L’aspetto positivo di questo periodo di turbolenza potrebbe essere un deciso ripensamento dell’importanza dell’agricoltura nella filiera produttiva nazionale. Funzionale a un suo deciso rilancio. “L’aumento delle quotazioni alla borsa di Chicago conferma che l’allarme globale provocato dal Coronavirus ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico rappresentato dal cibo e dalle necessarie garanzie di qualità e sicurezza”, afferma il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, secondo cui “l’Italia, che è il Paese con più controlli e maggiore sostenibilità, potrà trarre certamente beneficio da questo scenario, ma solo a patto di invertire la tendenza del passato a sottovalutare il potenziale agricolo nazionale”. La chiusura dei mercati internazionali potrebbe, in altre parole, rendere l’Italia consapevole del suo potenziale produttivo e dei rischi a cui un’eccessiva competizione commerciale poteva sottoporlo. Rivalutando enormemente il valore della protezione dei propri tesori alimentari nel futuro assetto economico del Paese.