Prima le schermaglie tra l’asse franco-tedesco e i falchi rigoristi, poi le indiscrezioni di matrice tedesca (fondi ai progetti e ai settori più colpiti, non direttamente alle casse degli Stati) sulla sua struttura, infine la concreta definizione ad opera dell’Unione europea. Il Recovery Fund entrerà in vigore solo nel 2021 ma la sua intelaiatura comincia già a esser definita dalle autorità del Vecchio Continente.

Nella giornata del 27 maggio Ursula von der Leyen presenterà ufficialmente la versione del Recovery Fund che sarà la base di discussione su cui i 27 governi europei dovranno poi lavorare per trovare la quadra del Recovery Fund definitivo, pronto a operare a fianco del bilancio comunitario 2021-2027. I documenti preparati a Bruxelles sono di volume enciclopedico: secondo quanto riporta La Stampa “l’intero dossier” su cui la Commissione sta lavorando “è composto da circa duemila pagine e il totale delle risorse mobilitate supererà i duemila miliardi di euro”. Cifra da non confondere come uno stanziamento aggiuntivo, che nel caso andrebbe anche oltre la proposta del piano Macron da 1.300 miliardi e del piano Gentiloni-Breton da 1.500-1.600 miliardi: “circa la metà del totale riguarda i fondi del bilancio 2021-2027 (poco più di mille miliardi per sette anni) e un’altra quota significativa (circa 500 miliardi) sarà raggiunta grazie anche agli investimenti privati”.

Sono circa 500, dunque, i miliardi su cui si baserà la partita. Cifra simile a quella proposta da Angela Merkel ed Emmanuel Macron, ma destinata ad essere ripartita in maniera diversa. Martin Selmayr,  rappresentante della Commissione a Vienna, parla di un fondo basato per il 60-70% su sovvenzioni finanziate col bilancio Ue e il 30-40% residuo basato su prestiti. Per i quali i falchi del Nord chiedono condizioni rigorose e specifiche priorità nelle aree di intervento: sanità, transizione ecologica e digitale, ad esempio. Oltre a queste condizioni c’è poi la cifra reale. Come spiega La Stampa, “all’Italia andrebbero 75-80 miliardi, ai quali va però sottratta la quota di contributi nazionali al fondo (55 miliardi). Il guadagno netto sarebbe di 20-25 miliardi”. Insomma: una potenza nettamente inferiore rispetto a quella non solo preventivata ma anche propagandata.

La commissione von der Leyen, per bocca del vicepresidente Valdis Dombrovskis, aveva già dichiarato di essere intenta in una mediazione politica di ampio respiro, avendo accettato il gioco a due punte, con prestiti e sovvenzioni a fondo perduto tra di loro combinate, e ora studia come rimpinguare il bilancio comunitario. Secondo La Stampa, “si parla di una tassa sulla plastica (circa 7 miliardi l’ anno), una Carbon Tax (una decina di miliardi l’ anno), oltre alla Web Tax e a un sistema di tassazione per le multinazionali che beneficiano del mercato unico”. Tasse che dovrebbero ricevere il via libera dei parlamenti nazionali, che comprensibilmente avrebbero delle riserve a condividere il loro gettito con il resto dell’Unione. La quadratura del cerchio, probabilmente, potrebbe portare o a una riduzione delle risorse di cui l’Unione si doterà o all’aumento delle condizionalità sul lato del rimborso dei prestiti.

Il Messaggero puntualizza che, ora come ora, si studia la possibilità di veicolare circa la metà dei fondi attraverso un neo-costituito Recovery Instrument e l’altra metà “in tre diversi canali: nuovi fondi di coesione, fondo per la transizione equa e programma Invest EU’, che sostiene investimenti strategici e dà sostegno alla liquidità per le imprese”.

La mediazione comunitaria rischia di produrre una creatura bizzarra. Il Recovery Fund potrebbe prevedere nuove linee di finanziamento agli Stati legate a uno strumento già esistente (il bilancio pluriennale) senza però finanziare direttamente le casse degli Stati quanto piuttosto i loro progetti. Quadripartito nelle fonti di erogazione, avrebbe una componente che gli Stati riceverebbero sotto forma di prestiti da restituire con condizionalità (in maniera simile al Mes) e un’altra consistente quota di risorse mutualizzate, in maniera meno incisiva di quanto si potrebbe fare con la messa in campo degli eurobond. Ancora va definita la differenza tra le due linee di finanziamento.

La matrice strategica degli investimenti vede il Recovery Fund pensato come una versione “politica” della Banca europea degli investimentisenza però la medesima flessibilità d’azione e la stessa capacità di visione a lungo termine. E stiamo parlando solo di ciò che traspare dalla prima bozza che la Commissione presenterà: poi partirà l’assalto alla diligenza delle negoziazioni degli Stati. Di fronte a una crisi complessa come quella del coronavirus, la natura barocca dell’architettura del Recovery Fund potrebbe essere sia garanzia di inequivocabilità per ogni misura sia fonte di lentezze nell’erogazione dei fondi: ammesso che da qui a gennaio la situazione economica europea regga e non imponga in anticipo scelte drastiche.

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