In Italia da tempo è aperto il dibattito sull’adesione del Paese alle nuove linee di credito del Meccanismo europeo di stabilità. Il Mes fornirebbe 36 miliardi di euro per programmi di potenziamento del sistema sanitario: cifra che da un lato coprirebbe gli oramai celebri 37 miliardi di euro di tagli ai finanziamenti di cui i governi partecipati o diretti dal centrosinistra si sono resi responsabili nello scorso decennio ma dall’altro aprirebbe numerosi scenari problematici. Il Mes, come è noto, garantirebbe prestiti a basso tasso d’interesse che finirebbero per rendere subordinati nel rimborso i titoli di Stato di cui l’Italia ha conosciuto un’eccedenza di domanda e non garantisce la certezza che le condizionalità in termini di riforme strutturali non siano inserite in un secondo momento.

Il Meccanismo non è ancora stato attivato ma c’è già chi si porta avanti e immagina come spendere i miliardi che potrebbero arrivare. “M&M – Idee per un Paese migliore”, l’associazione presieduta da Fabrizio Pagani che riunisce centinaia tra manager, imprenditori, professionisti, accademici, assieme alla Fondazione Cerm – Competitività, Regole, Mercati, presieduta da Fabio Pammolli, ha messo in campo un articolato piano che intende presentare all’esecutivo per indicare la migliore utilizzazione possibile dei prestiti del Pandemic Crisis Support del Mes. Si parla di una serie di riforme in termini di sblocco degli investimenti e gestione diretta del sistema sanitario, che il report vuole indirizzare anche nell’ottica di “trasformare la crisi in una straordinaria occasione di cambiamento, valorizzando, anche in termini di percezione dell’opinione pubblica”.

Quali sono le priorità indicate dal gruppo di lavoro M&M-Cerm? Alcune sicuramente più che di buon senso: l’ammodernamento delle strutture, il potenziamento di macchinari e dotazioni tecnologiche degli ospedali, l’ampliamento della rete di diagnostica e assistenza domiciliare, la creazione di una rete per la telemedicina e la tele-assistenza. Si nota la preparazione nella governance dei fondi di alcuni firmatari del report, tra cui il citato Pammolli, docente al Politecnico di Milano e membro dell’European Fund for Strategic Investments.

Sfugge però la necessità urgente dei fondi del Mes, con annesse incognite, per ottenere la messa in campo di tutte queste riforme. La mossa, per quanto ben strutturata, assume la forma di un vero e proprio manifesto a favore dell’eventuale scelta governativa di firmare la richiesta di assistenza al fondo salva-Stati. Che si scontra, è bene ricordarlo, con una capacità di finanziamento lusinghiera sui mercati conquistata nelle scorse settimane dall’Italia, i cui Btp hanno avuto una domanda non soddisfatta vicina ai 200 miliardi di euro. Tra i firmatari spicca la presenza di un ex funzionario dello stesso Mes, il banchiere Cosimo Pacciani, per tre anni Chief risk officer del Fondo salva-Stati e da novembre, come ha riportato Il Foglio, gestore delle operazioni finanziarie del fondo Algebris di Davide Serra, investitore d’alto profilo notoriamente vicino a Matteo Renzi.

La fine del rapporto tra Pacciani e il Mes esclude l’ipotesi del conflitto d’interessi,sia ben chiaro. Però è indicativo pensare che il piano e le nuove linee di credito parlino la stessa lingua, quella del dominio della finanza sulla politica, che dovrebbe agire con coraggio per proporre piani e investimenti piuttosto che attendere prestiti o risorse vincolate a spese ben precise.

Completano la squadra manager e studiosi vicini al centrosinistra: Gioia Ghezzi, presidente dell’Azienda Trasporti Milanesi in cui ha un peso decisivo il sindaco del capoluogo meneghino, il dem Giuseppe Sala, il docente bocconiano Carlo Altomonte, fiero e convinto europeista, e Roberto Sambuco, capo dipartimento del Mise durante il governo Monti e il governo Letta. L’operazione, ovviamente più che legittima, è tuttavia condizionata da un’agenda politica ben precisa e presuppone una spinta nella direzione dell’attivazione dei finanziamenti del Mes: risulta difficile comprendere perché ciò che si propone del rapporto non sarebbe altrimenti realizzabile con ordinari e più sicuri mezzi di finanziamento come l’estensione dei titoli di Stato. Impigliarsi nelle maglie del Mes potrebbe essere per l’Italia l’inizio di una strada senza ritorno, da valutare dunque con la massima cautela.

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