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Preoccuparsi dei salari prima che dell’inflazione. La linea italiana nel board Bce

L’alta inflazione deve spaventare meno dei bassi salari l’economia europea. Parola di Piero Cipollone, rappresentante italiano nel board della Banca centrale europea, che ad aprile, secondo quanto riportato dal Financial Times, potrebbe essere uno dei direttori esecutivi dell’Eurotower a pressare...

L’alta inflazione deve spaventare meno dei bassi salari l’economia europea. Parola di Piero Cipollone, rappresentante italiano nel board della Banca centrale europea, che ad aprile, secondo quanto riportato dal Financial Times, potrebbe essere uno dei direttori esecutivi dell’Eurotower a pressare maggiormente la presidente Christine Lagarde per avviare un ciclo discendente.

Cosa sostiene Cipollone

Cipollone ha parlato di recente per la prima volta pubblicamente dopo esser stato nominato a novembre al posto di Fabio Panetta, chiamato a più alti uffici come governatore della Banca d’Italia dal governo Meloni. Il suo intervento pubblico del 27 marzo a un evento organizzato dalla Casa dell’Euro e dal Centro per le riforme europee, ripreso integralmente sul sito della Bce, mostra una postura strategica innovativa sulla politica monetaria. Che amplia e consolida la linea avviata nell’ultimo biennio dal predecessore Panetta.

In sostanza sono tre i capisaldi della visione di Cipollone che vanno oltre una certa narrativa mainstream sulla politica monetaria, fondata sulla necessità di contrastare ogni fattore d’inflazione unicamente con politiche di aggiustamento al rialzo del costo del denaro e dei tassi. In primo luogo, la rottura della convergenza tra inflazione e salari: spesso i rincari dell’inflazione sono giustificati con la corsa degli stipendi dei lavoratori, giustificando politiche monetarie restrittive in nome della “moderazione salariale”. In secondo luogo, la conferma della linea che esista una quota d’inflazione residua ancora esistente non aggredibile unicamente con la leva del cambio ma legata a questioni strutturali, come lo strascico dei rincari dell’energia. Terzo punto, il confronto con l’era pre-Covid come benchmark su cui valutare la crescita dei salari e, parallelamente, dei profitti aziendali ritenuti il vero driver della crescita. Risultato? Un invito alla Lagarde a non prendere la ripresa dei salari nell’Eurozona come una giustificazione per frenare ulteriormente il taglio dei tassi atteso dall’economia europea.

Salari alti per ridare potere al lavoro

Cipollone ha ricordato che “la crescita salariale è rimasta leggermente al di sotto dell’inflazione nel 2023 e si prevede che la supererà solo nel 2024”. Al contrario, “in un contesto di inflazione elevata e volatile, le imprese erano maggiormente in grado di aumentare i prezzi di vendita e garantire una crescita elevata dei profitti unitari. L’evidenza suggerisce che la frequenza con cui le imprese hanno rivisto i prezzi al rialzo è aumentata considerevolmente durante il periodo di alta inflazione rispetto all’era pre-pandemia”. Significativamente, nel suo intervento Cipollone ha ricordato che “nel solo 2022 i profitti unitari hanno rappresentato circa due terzi dell’inflazione interna nell’area dell’euro, ben al di sopra della media storica di circa un terzo“. Tutto questo mentre scemavano le politiche economiche espansive di sostegno al reddito dell’era pandemica.

Un approfondimento di un solco tracciato già mesi fa da Panetta. Che a luglio 2023 ha ricordato in una conversazione col New York Times come sia innegabile svincolare la corsa dell’inflazione dalla fame di profitti e ha contestualmente invitato la Bce a “non guidare come un pazzo a fari spenti” ricordandosi l’importanza dell’elemento lavoro nell’economia. E sottolineando la necessità di compensare le perdite da inflazione per il potere d’acquisto dei lavoratori. I cui salari, in Europa, ha ricordato Cipollone, rappresentano una quota del valore aggiunto minore di quella del 2019, nonostante un aumento del 3,8% dell’occupazione in Europa nell’ultimo quinquennio.

Insomma, nella linea italiana alla Bce emerge una condanna di quella greedflation, l’inflazione da avidità, che è centrale nell’analisi dei rincari dell’ultimo biennio. Nel corso degli anni settori come la produzione e distribuzione di energia, la finanza, il sanitario, il farmaceutico hanno registrato per il contesto economico-finanziario mutato, la pandemia, la partita energetica internazionale, la serie di crisi geopolitiche e fattori vari un boom di profitti notevole.

Una questione di sviluppo

Ora è il turno del volo dei costi dei noli marittimi e della corsa agli investimenti in Difesa che può creare nuove centrali d’accumulazione. Redistribuire parte di questi profitti al potere d’acquisto dei lavoratori può aiutare a stabilizzare il ciclo economico, secondo Panetta e Cipollone, che certamente non sono sovversivi anti-sistema, ma bensì grand commis cresciuti nella burocrazia strategica di Via Nazionale, sede della Banca Centrale, assieme al Ministero del Tesoro principale “palestra” dell’élite burocratica italiana, avendo un comune punto di riferimento: Mario Draghi. In Europa ci si sta rendendo conto che un atteggiamento monetario ottuso e avulso dal reale può creare danni all’economia e alla crescita: ricordare l’importanza di un lavoro ben retribuito, stabile e con prospettive è vitale per lo sviluppo del Vecchio Continente. Pena continuare a curare un male, l’alta inflazione, con la medicina sbagliata. A tutto svantaggio del nostro sviluppo.

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