La strategia di Stellantis può essere riassunta con una formula che in Italia conosciamo bene: “prendi i soldi e scappa”. Non è uno slogan polemico, è la descrizione puntuale di un modello industriale che ha incassato risorse pubbliche, incentivi, ammortizzatori sociali e flessibilità normativa senza restituire né investimenti strutturali né una visione industriale di lungo periodo.
Stellantis nasce come fusione “tra pari”, ma fin dall’inizio somiglia più a una operazione finanziaria che a un progetto industriale. La priorità non è produrre auto, innovare filiere o difendere l’occupazione, bensì massimizzare dividendi, buyback e margini nel breve periodo. Carlos Tavares non è un capitano d’industria: è un liquidatore di valore, uno specialista nel taglio dei costi, non nella costruzione del futuro.
Il copione è sempre lo stesso. Prima fase: rassicurazioni solenni ai governi, promesse di investimenti, piani industriali presentati con slide colorate. Seconda fase: incasso di fondi pubblici, incentivi per l’elettrico, cassa integrazione, contratti di solidarietà, sostegno alla “transizione”. Terza fase: chiusura di stabilimenti, delocalizzazioni, riduzione della capacità produttiva. Quarta fase: dividendi record agli azionisti. Sipario.
In Italia il risultato è sotto gli occhi di tutti. Produzione ai minimi storici, stabilimenti svuotati, indotto strangolato, lavoratori appesi a promesse sempre rinviate. L’auto elettrica viene usata come alibi ideologico: non come opportunità industriale, ma come scusa per produrre meno, occupare meno e investire meno. Se il mercato non risponde, la colpa è dei governi. Se gli stabilimenti chiudono, è colpa dell’Europa. Se i lavoratori pagano, è colpa della “transizione”.
Nel frattempo Stellantis non scommette davvero sull’Italia. Le piattaforme strategiche vanno altrove, le gigafactory arrivano col contagocce, la ricerca si sposta, le decisioni si prendono lontano. L’Italia resta buona per una cosa sola: finanziare il gruppo e assorbire i costi sociali. Una colonia industriale con tanto di retorica patriottica di facciata.
Questo non è capitalismo industriale, è estrazione di valore. Non è strategia, è arbitraggio. Non è rilancio, è disimpegno programmato. “Prendi i soldi e scappa”, appunto. Con una differenza: qui non scappa nessuno davvero. Restano i lavoratori senza lavoro, i territori desertificati e uno Stato che paga il conto.
E mentre la politica discute di tavoli, patti e monitoraggi, Stellantis fa quello che ha sempre fatto: incassa oggi e rimanda a domani. Domani però non arriva mai. Arrivano solo altri tagli, altre chiusure, altre promesse.
Il fallimento non è solo industriale. È politico e culturale. Perché continuare a finanziare chi non investe non è ingenuità: è complicità. E quando il “prendi i soldi e scappa” diventa una strategia tollerata, il problema non è più solo Stellantis. È il sistema che glielo consente.

