Le banche centrali del mondo dopo anni sugli scudi stanno studiando un atterraggio morbido per cercare di contemperare la necessità di governare offerta monetaria e inflazione e la sostanziale dipendenza del sistema finanziario globale dalle iniezioni di liquidità. Vaste programme, direbbe il generale Charles de Gaulle, dopo un decennio di quantitative easing globale che ha portato a una continua espansione dei bilanci delle banche e della circolazione del denaro nell’economia.

Dal 2011 ad oggi la Federal Reserve Usa ha espanso il suo bilancio da poco più di 2mila a 7mila miliardi i di dollari; andamento sostanzialmente simile per la Bce; quelli della Bank of Japan sfiorano i 6.500 miliardi di dollari (in yen la misura è astronomica: 7 miliardi di milioni!) e anche le altre grandi banche centrali del pianeta (dal Regno Unito alla Cina, dalla Svizzera alla Russia) hanno promosso espansioni simili. La risposta emergenziale alle crisi finanziarie di inizio millennio ha sdoganato le banche centrali come attore chiave, fondamentale per prendere il controllo della corsa delle economie verso la ripresa, per rilanciare l’inflazione e creare un circolo virtuoso del credito evitando il blocco dei mercati interbancari.

Come noto, tuttavia, in larga misura questa massa di liquditià si è trasmessa al settore finanziario e perso nelle gore morte della speculazione borsistica, alimentando una dilatazione delle borse che, si è visto anche durante il Covid, ha perso ogni legame diretto con l’economia reale. La mancata attivazione di un deciso ciclo di ripresa dell’inflazione a livelli moderati nelle maggiori economie occidentali negli scorsi anni lo ha certificato.

La pandemia e il brusco stop dell’industria, della produzione, dell’economia reale hanno però imposto una sorte di reset in tal senso, portando i governi ad aprire i cordoni delle borse e ad aumentare fortemente la spesa pubblica sfruttando il basso costo del denaro garantito dagli istituti. La Federal Reserve e la Banca centrale europea sono state spinte a fare gli straordinari, i debiti pubblici di fatto “sterilizzati” e sulla scia della crescita degli investimenti dei governi, della ripresa dei consumi dopo le riaperture e delle tensioni strutturali dell’economia (aumento dei prezzi delle materie prime, carenza di semiconduttori e così via) l’inflazione ha ripreso a correre.

Jerome Powell e Christine Lagarde si trovano ora di fronte a un dilemma: proseguire nella politica dei tassi bassi e dell’accomodamento o gradualmente programmare un atterraggio morbido con una sistemica riduzione degli stimoli monetari? La questione è cruciale, specie se si vuole evitare, a dieci anni di distanza, il grave errore di un aumento dei tassi destinato a spegnere le prospettive di ripresa paragonabile a quello compiuto da Jean-Claude Trichet nel 2011, che causò l’impennata dello spread in Paesi come Spagna e Italia. Ma anche, per quanto allora la decisione ebbe effetti negativi meno duraturi, quello commesso da Janet Yellen, attuale segretario al Tesoro di Joe Biden, che nel 2015 promosse una manovra analoga intralciando le politiche espansive di Barack Obama.

Powell negli Usa ha già messo le mani avanti sottolineando che da un lato lo stimolo continuo e prolungato alle economie avrà lentamente fine ma che, dall’altro, tale stop sarà separato dalla decisione definitiva sui tassi. Larry Summers, ex segretario al Tesoro di Bill Clinton, prevede una fiammata inflazionista, mentre in caso di stop allo stimolo, sottolinea Affari e Finanza, gli esponenti della Sinistra democratica paventano un opposto problema di deflazione, la stagnazione dei redditi, la frenata della crescita occupazionale.

In Europa, invece, il dibattito sul Pandemic Emergence Purchase Plan (Pepp) si intreccia con la battaglia politica sul patto di stabilità, che vede i Paesi del Sud confrontarsi con i falchi del Nord, e con la possibilità di un ritorno del rigore dopo la pandemia. Mentre sul fronte della politica fiscale Austria e Olanda spingono sul ritorno del Patto, contrastati da Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia, i loro banchieri centrali sostenuti dal tedesco Jens Weidmann propongono l’inasprimento delle politiche monetarie della Bce e l’aumento dei tassi.

Quel che è certo è che un giorno o l’altro il lungo decennio del quantitative easing permanente dovrà avere fine e si dovranno fare i conti con l’asimmetria tra crescita finanziaria e sviluppo dell’economia reale. Con un Occidente che ha avuto borse in volo mentre il virus correva, attività fallivano, i Pil crollavano; con dieci anni di incentivazione di una finanza allegra e spensierata che ha ritenuto eterne le condizioni oggi divenute tanto strutturali quanto fragili; con la necessità di rafforzare i fondamentali nell’industria, nei servizi, nell’occupazione e di non appaltare più la crescita dei sistemi a dividendi e speculazioni di sorta. Le banche centrali devono, in quest’ottica, governare pragmaticamente la svolta. L’atterraggio morbido può avvenire se ci si mette nell’ottica che l’inflazione vada, in questa fase, governata ma non decapitata data la necessità di recuperare in misura incisiva i livelli di produzione pre-Covid, ma che un aumento del costo del denaro sarebbe ora più che mai dannoso. Le lezioni della recente storia finanziaria sono, in tal senso, emblematiche e inequivocabili.