L’offerta pubblica di acquisto e scambio con cui Poste Italiane intende acquisire Telecom Italia per 10,8 miliardi di euro rappresenta una prova tecnica del nuovo presidio pubblico dell’economia e dei settori strategici da parte dello Stato italiano e la risposta sostanziale a quel dubbio operativo emerso con la cessione delle dorsali di rete dell’ex monopolista telefonico al consorzio NewCo guidato dal fondo americano Kkr.
L’obiettivo è realizzare un’integrazione di sistema orientata su logistica, servizi e dati in un perimetro gestibile dallo Stato, che controlla le Poste tramite il Tesoro e Cassa Depositi e Prestiti. Poste a fine 2025, lo ricordiamo, ha liquidato definitivamente i francesi di Vivendi subentrandovi completamente e completando un percorso che ha portato il gruppo guidato da Matteo Del Fante al 27,32% dell’azienda di Via Negri, per la quale oggi si prevede, in caso di successo dell’operazione con l’adesione dei due terzi degli azionisti di Telecom, il definitivo ritiro dalla Borsa di Milano.
Poste e il governo, prove tecniche di capitalismo di Stato
Il governo di Giorgia Meloni si inserisce, con l’operazione concordata da primo azionista, seppur in forma indiretta, di Poste in un trend chiaro, orientato a inserire il presidio pubblico in un contesto di economie di scala per lo sviluppo di soluzione tecnologiche e digitali che potrebbero avere tramite la modernizzazione di due aziende storiche un grande sviluppo.
Poste prevede dal piano strategico 2024-2028 di diventare una piattaforma finanziaria, tecnologica e logistica capace di unire gestione del risparmio, soluzioni di pagamento, distribuzione. A febbraio ha comunicato un Ebitda record, in crescita del 10%, a 3,2 miliardi di euro, per il 2025. L’azienda è ben oltre gli uffici postali e nel comunicato ufficiale con cui annuncia l’Opas scrive di voler partecipare allo sviluppo di un “polo di sicurezza infrastrutturale e tecnologica, pilastro strategico dell’economia nazionale”, entrando dunque nello spirito del tempo del nuovo capitalismo politico che dagli Usa alla Francia ha visto più volte l’operatività spinta dei decisori politici in economia.
Del resto, nota AgendaDigitale.eu, “Tim è primo azionista e motore operativo del Polo Strategico Nazionale, la più avanzata iniziativa europea di cloud sovrano, sviluppata insieme a Leonardo, CDP e Sogei, e gestisce la più grande rete di data center in Italia con 17 strutture di cui 8 di ultima generazione certificate ai massimi livelli internazionali”, in un contesto in cui “la sua infrastruttura garantisce il controllo diretto delle chiavi crittografiche e delle infrastrutture di calcolo, in conformità con le normative NIS2 e DORA“.
La strategia di Labriola con Poste azionista
Il Ceo di Telecom, Pietro Labriola, ha spesso parlato di sovranità digitale e anche dopo la vendita della rete a Kkr ha fatto della gestione dei dati e della scalabilità una sfida. L’ex monopolista ha venduto le reti per liberarsi del fardello debitorio e per la difficoltà insite a generare, autonomamente, margini operativi dal business tradizionale, facendo del business di ultima frontiera la nuova missione di Tim. I capitali di Poste e lo Stato, che in caso di successo del deal controllerà oltre ilò 50% di Telecom aiuteranno a concretizzare tale obiettivo? Questo il calcolo del gruppo di Viale Europa a Roma, quartier generale delle Poste.
In Via Negri a Milano fanno strategia. Intervenendo pochi giorni fa al convegno “Verso la sovranità digitale europea” a Bruxelles Labriola ha sottolineato che per le compagnie di telecomunicazioni europee la sfida oggi è la difficoltà a produrre utili e che “siamo all’alba o al tramonto di un colonialismo digitale”, in un contesto in cui “la catena è lineare e non aggirabile: fibra e 5G abilitano il cloud, il cloud abilita l’AI, e nulla di tutto questo si costruisce con operatori che non coprono il costo del capitale”. Labriola ha rivendicato spesso le sinergie con Poste, visto come azionista meno intrusivo di Vivendi, e dunque è plausibile che Del Fante e i suoi abbiano anche dato via libera alla recente alleanza con Fastweb+Vodafone per costruire nuovi torri capaci di abilitare il 5G.
La tripartizione di Telecom
Il governo Meloni intende giocare attivamente la partita del nuovo capitalismo di Stato e usare l’asse Cdp-Poste come polmone finanziario per far correre questa nuova strategia. L’obiettivo è creare un pivot italiano del digitale, delle tecnologie di gestione dei dati e del cloud integrato su scala nazionale.
La base dati e la trasformazione di Poste come piattaforma prima e il suo ingresso in forze in Telecom, coronato da questa azione, mirano a essere il primo passo. A ciò si aggiungerà la scalata del Ministero dell’Economia e delle Finanze a Sparkle, l’azienda del gruppo Telecom dedicata alla costruzione dei cavi sottomarini, che Via XX Settembre comprerà assieme a Retelit, e la presenza del Mef nel consorzio NetCo sulle reti al fianco dell’azionista di maggioranza Kkr e F2i, che peraltro operano in un settore vigilato dal golden power.
Telecom si tripartisce, dunque, per provare a cercare un’ottimizzazione delle sue funzioni in un perimetro presidiato dallo Stato. Quanto ciò abiliterà la sovranità digitale e il business dipenderà dall’effettiva capacità di integrazione. Il piano delle Poste al 2028 è ambizioso e con Telecom potrà correre, se inserito nella cornice di una vera strategia nazionale.
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