Poste e il pendolo dello Stato: la privatizzazione avanza ma senza dichiararsi

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C’è un modo tutto italiano di privatizzare: non si abbatte il vecchio edificio, lo si svuota lentamente dall’interno, lasciandone in piedi la facciata. Nel caso di Poste Italiane, il punto non è tanto stabilire se ci troviamo davanti a una privatizzazione totale, perché così non è, quanto capire la direzione di marcia. Da tempo l’azienda non è più soltanto il luogo delle lettere, dei bollettini, dei libretti e delle pensioni. È diventata un crocevia finanziario, logistico, assicurativo, digitale. E proprio per questo è finita al centro di una trasformazione che viene raccontata come modernizzazione, ma che ha un significato più preciso: ridurre progressivamente il peso della missione pubblica e aumentare quello della redditività.

Il nodo politico sta tutto qui. Poste continua a essere percepita da milioni di italiani come un presidio dello Stato, una presenza concreta soprattutto nei territori dove altri servizi arretrano o spariscono. Ma contemporaneamente viene trattata come un grande attivo da valorizzare, una società da cui estrarre risorse, dividendi, margini di manovra industriale. È una doppia natura che finora ha garantito un vantaggio a tutti coloro che siedono nei piani alti del sistema: la politica conserva un’influenza decisiva su nomine e strategie, il mercato beneficia della solidità dell’azienda, il bilancio pubblico intravede nella cessione di quote una scorciatoia utile. A pagare il prezzo di questo equilibrio sono, come spesso accade, i cittadini.

Da servizio universale a macchina polivalente

La parabola di Poste è istruttiva. Il vecchio servizio postale, già da tempo sotto pressione per il calo della corrispondenza tradizionale, è stato progressivamente affiancato e in parte oscurato da attività molto più redditizie: pagamenti, risparmio gestito, assicurazioni, logistica, telefonia, servizi digitali. Non è un’anomalia soltanto italiana: in molti Paesi gli operatori postali hanno cercato nuove fonti di ricavo. Ma in Italia questo processo assume un valore diverso, perché Poste non è una semplice impresa di mercato. È una rete nazionale capillare, costruita in decenni di presenza pubblica, e proprio questa capillarità le dà un peso che nessun altro soggetto possiede.

Quando un’infrastruttura del genere viene spinta sempre più verso logiche finanziarie, il problema non è soltanto societario. Diventa sociale e territoriale. Nei piccoli centri, nelle aree interne, tra gli anziani e tra chi ha meno familiarità con il mondo digitale, lo sportello di Poste non è un dettaglio: è un punto di contatto con lo Stato, talvolta l’ultimo rimasto. Se il criterio dominante diventa la redditività, tutto ciò che non produce margine rischia di essere considerato un costo improprio. Da quel momento in poi il linguaggio cambia: non si parla più di presidio, ma di razionalizzazione; non di servizio, ma di efficienza; non di arretramento, ma di innovazione.

L’equivoco italiano sul mercato

Il dibattito su Poste rivela anche un equivoco più ampio. In Italia si invoca il mercato quando serve fare cassa o mostrare disciplina finanziaria, ma si richiama la mano pubblica quando l’azienda è troppo strategica per essere lasciata davvero a se stessa. Così nascono creature ibride, formalmente quotate e orientate al rendimento, ma sostanzialmente immerse in un sistema di protezione politica e decisione pubblica. Non è un vero mercato, e non è più neppure un vero servizio pubblico. È una forma di transizione permanente che ha il difetto di sommare i limiti di entrambi i modelli.

Anche per questo la discussione sull’ulteriore apertura al capitale privato rischia di essere fuorviante se ridotta a una questione di percentuali. Il problema non è soltanto quanto lo Stato possieda, ma quale indirizzo assegni all’azienda. Se Poste deve restare un’infrastruttura nazionale, allora la sua funzione non può essere misurata solo con i parametri di Borsa. Se invece deve diventare una società sempre più orientata ai ritorni finanziari, allora bisogna avere l’onestà di dire che il servizio universale sarà destinato, prima o poi, a un ruolo subordinato.

Il cittadino trasformato in cliente

La trasformazione di Poste racconta infine una mutazione culturale più profonda. Il cittadino non viene più considerato titolare di un diritto a un servizio diffuso e affidabile, ma cliente di una piattaforma che offre prodotti. È una differenza decisiva. Nel primo caso l’obiettivo è garantire accesso, continuità, presenza. Nel secondo è vendere, diversificare, ottimizzare. Questa sostituzione silenziosa è il cuore della privatizzazione reale, molto più della cessione formale di una quota azionaria.

Per questo la vicenda di Poste non riguarda solo un’azienda. Riguarda l’idea stessa di Stato che si vuole conservare. Se ogni grande rete pubblica viene considerata soprattutto come un serbatoio di valore da monetizzare, prima o poi si arriva a un punto di non ritorno: i servizi restano in piedi abbastanza da mantenere la fiducia, ma non abbastanza da svolgere pienamente la loro funzione. È il modello della riduzione graduale, dell’erosione senza clamore, della trasformazione senza dichiarazione.

Alla fine, il rischio non è che Poste sparisca. È che continui a esistere, ma in una forma rovesciata: meno postino della Repubblica e più grande conglomerato che usa la propria origine pubblica come garanzia di credibilità, mentre si allontana, poco a poco, dal compito che ne aveva giustificato la presenza. Ed è in questo passaggio che si misura una scelta politica di fondo: se il Paese voglia ancora istituzioni economiche al servizio della collettività oppure soltanto grandi contenitori da mettere a reddito finché conviene.