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Sette anni di lavori previsti, 13,5 miliardi di euro di investimenti, un’opera ingegneristica audace e senza precedenti in Europa, diverse sfide e scetticismi da vincere: dopo che il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile (Cipess) ne ha approvato il progetto definitivo firmato WeBuild, il Ponte sullo Stretto di Messina può passare alla fase realizzativa.

L’opera più discussa e divisiva dell’Italia contemporanea non ha ancora visto posata la sua prima pietra, ma ad oggi è necessario capire se e in che modo la costruzione del Ponte sullo Stretto da oltre 3 chilometri possa essere un’opera strategica allo sviluppo del sistema-Paese. Abbiamo identificato tre sfide critiche da vincere per far sì che il futuro Ponte sullo Stretto possa diventare un’opera strategica e in grado di abilitare sviluppo e crescita.

L’Italia e le reti Ten-T

In primo luogo, bisogna capire se l’approccio inaugurato dal governo di Giorgia Meloni e la spinta alla costruzione del Ponte sullo Stretto per connettere la Sicilia all’Italia continente saranno inseriti in una più ampia visione volta a valorizzare il ruolo italiano nel quadro della Rete Transeuropea dei Trasporti (Ten-T) e a rompere i colli di bottiglia capaci di fermare i movimenti di merci, mezzi e persone nel Vecchio Continente.

L’Italia è attraversata da quattro dei nove corridoi Ten-T ritenuti strategici dall’Unione Europea per l’interconnessione continentale: il Corridoio Mediterraneo, su cui sono innestate le vie che passano per la Pianura Padana, quello Reno-Alpi che da Domodossola e Chiasso cala fino al porto di Genova, quello simmetrico Baltico-Adriatico che interconnette porti come quello di Trieste e le aree produttive del Nord-Est alla Mitteleuropa e, infine, il Corridoio Scandinavia-Mediterraneo destinato a tagliare verticalmente l’Europa dal Grande Nord (Norvegia e Svezia) fino alle sponde del Mediterraneo, in Sicilia. Per completare quest’ultimo corridoio, che come gli altri si prevede concluso entro il 2050, il Ponte sullo Stretto assurge a opera strategica.

Chiaramente, però, Roma dovrà impegnarsi a spingere perché su ogni fronte le barriere in questione siano abbattute e la strategia di interconnessione volta a far dell’Italia un perno tra Europa e Mediterraneo consolidata. Per questo motivo, per dar senso al Ponte sullo Stretto bisognerà rompere tutte le barriere ancora presenti su altri versanti d’Italia: si pensi in particolar modo al necessario completamento della linea per treni ad alta velocità (Tav) Torino-Lione o al parallelo obiettivo di concludere, nonostante il freno austriaco, il Tunnel del Brennero tra Fortezza e Innsbruck. Il corridoio Scandinavia-Mediterraneo entra in Italia proprio dal Brennero e, dunque, il Ponte da solo non basta.

Geopolitica del Ponte sullo Stretto

In secondo luogo, sarà necessario pensare sul piano geopolitico il progetto del ponte che unirà le province di Reggio Calabria e Messina. Ora più che mai, nel quadro di una proiezione italiana sempre più attiva verso l’Africa e della ricerca di una via maestra per valorizzare lo sviluppo e la crescita della Sicilia, il Ponte sullo Stretto può essere l’opera che, rompendo l’insularità della fu Trinacria, può saldare la posizione geopolitica critica dell’Italia nel Mediterraneo, le nuove opportunità del rapporto con l’Africa e le nuove direttrici di commercio sulla scena globale.

Una Sicilia capace di essere hub per scambi energetici e commerciali con l’Africa o perno di nuove tratte internazionali, come il Corridoio Indo-Mediterraneo (Imec), oltre che porta italiana sull’Africa, può beneficiare del Ponte sullo Stretto come abilitante strategico per distribuire eventuali vantaggi col resto del Paese. Inoltre, il Ponte sullo Stretto potrebbe dare resilienza e robustezza a un sistema commerciale basato sugli hub portuali e, in sinergia con altre grandi opere come l’alta velocità Palermo-Catania, abbattere notevolmente i tempi di percorrenza nel Mezzogiorno d’Italia.

Come ha scritto Francesco De Palo su Formiche, “la contemporanea progettazione sul porto di Gioia Tauro e sul Piano Mattei può determinare grandi cambiamenti nel Mare Nostrum, dove altri soggetti in verità si sono mossi prima dell’Ue come Cosco Cina al Pireo”, e in quest’ottica il Ponte sullo Stretto “potrà essere la nuova pedana per accelerare le iniziative legate al Piano Mattei per l’Africa, così da intensificare i rapporti con il continente e, al contempo, avere una dimensione esterna con l’iniziativa Global Gateway dell’Unione europea”. 

La sfida della sicurezza

Terzo e ultimo punto, c’è la sfida della sicurezza. Grandi opere e scenari di sviluppo infrastrutturale ed economico hanno senso solo se all’ampiezza dei collegamenti si sommano la dovuta dose di robustezza agli shock e alle minacce, artificiali o naturali, che pendono sui sistemi produttivi avanzati. Un’integrazione italo-mediterranea col cuore dell’Europa non avrà valore aggiunto se basterà un guasto (o un incidente artificialmente causato!) tra Bologna e Firenze per paralizzare il traffico merci in tutta Italia.

Le reti infrastrutturali dovranno essere più solide, più sicure, più attive anche nell’ottica del piano europeo per la mobilità militare volto a approfondire la natura dual use delle infrastrutture, controllate strategicamente e rese in grado di servire con continuità la vita economica e civile del Paese. La nuova geopolitica delle interconnessioni è sia interna che esterna ai Paesi avanzati, e questo vale anche per l’Italia, dove il Ponte sullo Stretto può essere sia una cattedrale nel deserto sia il simbolo della nuova strategia euro-mediterranea del Paese e di un capitolo ulteriore e avvincente dello sviluppo nazionale. Dipenderà dalla volontà politica di vedere come un mezzo, e non come un fine, le grandi opere di cui si discute.

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