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L’Italia si prepara all’autunno caldo della manovra e il governo Meloni, con il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti in prima linea, è atteso dalla sfida dell’Unione Europea da un lato e delle politiche per la crescita dall’altro. Il centrodestra di governo si prepara alla sua terza finanziaria in condizioni di notevole equilibrismo. Su un fronte, rinfrancato da dati migliorativi sulle prospettive di crescita dell’Ocse e dal trend positivo dell’export industriale. Sull’altro, chiamato a navigare tra la Scilla della carenza di risorse e la Cariddi dei nuovi vincoli europei.

Una manovra guardinga

Il Governo nel Piano strutturale di bilancio presentato all’Unione Europea per condizionare il rientro dall’extra-deficit ha proposto un calo delle uscite di spesa nel saldo primario dell’1,75% da qui al 2029 ma al contempo sostenuto misure a deficit per 52 miliardi nel prossimo triennio. La differenza tra entrate e uscite delle amministrazioni pubbliche, al netto dell’inflazione e delle spese per programmi ancora in finanziamento come il Superbonus, si contrarrà e il Governo sarà chiamato ad applicare una ricetta già nota: tasse e tagli di spesa. A cui si somma un obiettivo di privatizzazioni di asset pubblici che dopo i 3 miliardi di risorse ottenute tra il 2022 e il 2023 vuole raddoppiare la quota a cavallo del 2024-2025, arrivando a 5-6 miliardi di euro, per approssimare l’obiettivo di 20 miliardi per il 2026.

Sarà dunque una finanziaria all’insegna della sobrietà, e Giorgetti è il primo ad esserne conscio: la pressione fiscale aumenterà al 42,5% del Pil, le pensioni saranno assestate su quota 103, si cercheranno di liberare risorse ridimensionando gli sconti sulle accise e sanando le distorsioni nell’assegno unico per i figli, che fino ad ora concorreva all’Isee, con un obiettivo politico prima ancora che economico per il futuro prossimo: alleviare le tasse sul ceto medio, abbassando dal 35 al 33% l’aliquota Irpef intermedia e alzando da 50 a 60mila euro la soglia massima di riferimento. Una mossa calcolata su una base di 8 milioni di persone che rappresentano lo zoccolo duro degli elettori del centrodestra, al prezzo di 4 miliardi di euro.

L’Europa chiama il rigore

Ci sarà poco spazio per la fantasia e le promesse. La coalizione conservatrice si misura con l’onda lunga della prova del governo, ma sarebbe riduttivo imputare al duo Meloni-Giorgetti responsabilità eccessive. Difficile muoversi diversamente con i tassi ancora elevati in Europa e il nuovo Patto di Stabilità tornato in vigore. Si potrebbe fare un appunto al Governo sul fatto che aver combattuto, comprensibilmente, contro la ratifica della riforma del Mes senza aprire a cercare sconti sul nuovo Patto con annesso rigore di ritorno, nel 2023, sia stato un errore. Ma con Germania, Olanda, Austria e altri falchi desiderosi di tornare all’austerità europea il vento soffiava in maniera ostile. E l’Italia si trova a dover fare di necessità virtù.

La manovra potrà spostare poco, sarà sicuramente sotto i 30 miliardi di valore, in larga parte riconfermerà misure già finanziate. L’agenda per la crescita viene assegnata al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) e alla sua messa a terra, agli investimenti privati, alla programmazione delle major di Stato. Altre politiche, come la Difesa, la transizione green e il digitale, assorbono risorse per gli investimenti in conto capitale. L’Italia è quel Paese che viene invitato ad alzare le spese per le forze armate e al contempo a tenere i conti in ordine dal neo-segretario Nato Mark Rutte, già premier “falco” dell’Olanda, nel suo discorso d’insediamento.

L’Europa ha scelto di immettersi di nuovo sul sentiero del rigore. Ursula von der Leyen e la sua Commissione hanno confermato figure come Valdis Dombrovskis in prima linea agli Affari Economici. L’autunno sarà complesso per l’Italia di fronte a un’Europa che ha scelto consapevolmente di farsi, nuovamente, sabotatrice della sua crescita. Il Paese si può aggrappare a una capacità esportatrice forte, a conti in ordine, a un’appetibilità per gli investitori internazionali, alla solidità del tessuto finanziario. A da passà ‘a nuttata, diceva Eduardo de Filippo. Sperando che da fuori (leggi Usa o Cina) non siano venti recessivi globali a darci un brusco risveglio.

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