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Nel Regno Unito da diverso tempo si sta discutendo di un’operazione economica di grande impatto per il tessuto sociale del Paese: quella delle nazionalizzazioni. In special modo, riguardante settori strategici e di primario interesse e necessità per i cittadini britannici: acqua, luce, trasporti e così via. Ovverosia, quegli stessi settori che al giorno d’oggi, al di là del Canale della Manica, sono gestiti da privati, i quali si aggiudicano appalti pubblici di gestione dei succitati servizi.

Questa manovra è entrata – a livello sia teoretico che fattuale – nel dibattito pubblico soprattutto grazie al Labour Party di Jeremy Corbyn. Un navigato uomo politico che, nel suo programma, contempla un vero e proprio riassetto della società e del modello economico che vi inerisce: un “ritorno al futuro” che aveva studiato ed immaginato, fra gli altri, pure John Maynard Keynes. Un’azione ambiziosa e di lungo termine, la quale tuttavia non è mai potuta né potrà mai convolare a nozze con l’ordoliberismo (tipicamente tedesco) iniettato nei gangli dell’Unione europea: organizzazione sovranazionale verso la quale le critiche del leader laburista sono fllebili e non prive di contraddizioni.

In ogni caso, l’ottica della nazionalizzazione esiste, ed è discussa non solo a livello pubblico, ma anche a livello accademico. Il che è sorprendente, nel momento in cui si pensi al fatto che il Regno Unito è la patria del liberismo tradizionalmente inteso (poi divenuto capitalismo finanziarizzato finanche all’estremo nella sua ex colonia, gli Stati Uniti); ma non lo è affatto se si tengono in considerazione le evoluzioni economiche degli ultimi decenni. Il There Is No Alternative di thatcheriana memoria, dopo essere stato diffuso e difeso, ora ha sempre più detrattori. Anche nella sua patria natia.

Ri-nazionalizzazione dei servizi pubblici essenziali in UK

Al di là di figure pubbliche e di spicco nel dibattito pubblico, come Corbyn, ne esistono altre meno note, ma alacremente al lavoro nel tentativo di comprendere costi e benefici di operazioni economiche – come le nazionalizzazioni – di cui il Labour Party si fa alfiere. Fra questi, vi è il professor David Hall, della Greenwich University, a capo della PSIRU (Public Services International Research Unit) e studioso di notevole spessore, che ha trattato l’argomento in diversi suoi lavori e ricerche.

Ancora nell’aprile del 2016, su Open Democracy, egli aveva sottolineato non soltanto la necessità impellente e non più demandabile di ri-nazionalizzare i servizi di pubblica utilità nel Regno Unito, ma anche il fatto che ciò fosse perfettamente combaciante con la volontà di gran parte dei cittadini. Molti dei quali si ritrovavano e si ritrovano ancora oberati dai costi crescenti di questi stessi servizi, fra i più onerosi d’Europa.

Ordunque, nell’ottica dello studioso inglese, si tratterebbe non soltanto di un rispetto democratico della popolazione, ma anche di un’operazione fruttuosa economicamente ed eticamente. Infatti – egli sostiene -, in tal modo Londra tornerebbe a gestire in via personale e diretta beni di pubblica utilità, trattandoli come servizi dal rinnovamento continuo ed imprescindibile, piuttosto che come materiale di profitto, da maneggiare per il profitto stesso e non per la qualità e convenienza di quanto erogato.

Il report elaborato dal centro di ricerca di Hall – e riportato anche dall’associazione We Own It – ha messo in mostra dati chiari, che vanno decisamente controcorrente rispetto alle previsioni negative degli agenti di borsa. (Rispetto ai quali, invero, potrebbe esistere un conflitto di interessi palese, trattandosi alle volte di azionisti delle aziende beneficiarie di appalti pubblici). Laddove, invece, senza shareholders intenti al guadagno massimo possibile, potrebbero esistere servizi “a deficit” da parte dello Stato britannico che, depositario di sovranità, non avrebbe necessità di riprendere con gli interessi quanto speso: ma, anzi, sarebbe per esso meglio fare il contrario. Spendere.

I vantaggi della nazionalizzazione secondo David Hall

David Hall ritiene che spostare alla proprietà pubblica tutto il sistema energetico – tra le altre cose – del Regno Unito sarebbe un’operazione legislativamente e fattualmente possibile, ed anzi desiderabile, la quale si ripagherebbe da sola in 10 anni, con un risparmio di circa 3,2 miliardi di sterline all’anno. Per un costo complessivo (di indennizzo verso gli azionisti) che si aggirerebbe fra i 24 ed i 36,6 miliardi di sterline; ma anche per un guadagno, da parte dei cittadini, in servizi qualitativamente lodevoli ed in risparmi nelle proprie tasche.

Lo stesso professore di Greenwich lo ha sostenuto all’interno del suo meticoloso paper del 2016, Public ownership of the UK energy system. Benefits, costs and processes. Un lavoro ove ha analizzato: i vantaggi della proprietà pubblica; la possibilità di estensione di questo modello ad altri Paesi (nei quali operano pure gli azionisti britannici); il funzionamento del ritorno alla proprietà pubblica e le eventuali ottemperanze o meno delle regole europee (constatando la Brexit ancora in corso d’opera, ma sempre più vicina con la vittoria dei Conservatori di Boris Johnson); calcoli e stime realistiche di costi, benefici ed impatto sul debito nazionale.

“Le ragioni per riportare sotto la proprietà pubblica elettricità e gas sono principalmente quelle di migliorare il raggiungimento di determinati obiettivi: sviluppo delle energie rinnovabili (e controllo della generazione di quelle che non lo sono), copertura universale, accessibilità economica per tutti, efficienza e responsabilità democratica. […] Invece, nell’attuale sistema britannico, le funzioni di trasmissione, distribuzione, generazione e fornitura sono svolte da società private, non di rado multinazionali, supervisionate da organi di controllo con scarsa responsabilità politica”.

Quindi, Hall evidenzia come si tratti di una questione non soltanto economica, ma anche e soprattutto politica. Infatti, laddove lo Stato è presente, le spese non sono condizionate dalle entrate, ma anzi possono essere effettuate per essere continuamente in perdita: poiché, stando ai dettami dei saldi settoriali, la spesa pubblica contribuisce (anzi, corrisponde) al risparmio privato e – in un sistema di fiat money (quindi, non moneta merce, ma creata ex nihilo e priva di valore intrinseco) – fattualmente essa non ha limiti finanziari.

Non è incidentale che David Hall, assieme al suo gruppo di ricerca all’Università di Greenwich, abbia negli anni rincarato la dose, con lavori scientifici nei quali ha cercato di dimostrare la maggiore efficienza del pubblico, se ben gestito, ed anzi l’imprescindibilità della sua realizzazione nel momento in cui si tratti di erogare servizi essenziali per i cittadini. Quindi, non soltanto il gas e l’elettricità, ma anche l’acqua (“Bringing water into public ownership: costs and benefits“, paper scritto a quattro mani con Kate Bayliss nel 2017), i trasporti (la ri-nazionalizzazione delle ferrovie è già in corso), le Società di Progetto (in inglese, Special Purpose Vehicles, società sussidiarie che isolano il rischio finanziario ed entità che regolano l’accesso ai bandi ed appalti pubblici) e via discorrendo.

I calcoli sui rientri delle spese per lo Stato

Questi lavori del professor Hall – e della Psiru che egli presiede – sono balzati agli onori delle cronache da quando Jeremy Corbyn è divenuto il presidente del Partito Laburista britannico ed ha proposto un ampio piano di nazionalizzazioni in Regno Unito. Un progetto, invero, portato all’apice del partito da John McDonnell, Cancelliere Ombra dello Scacchiere dal 2015 (un titolo importante nel Parlamento inglese, ma del tutto informale, e senza un ruolo costituzionale), che ha ritenuto quest’analisi preziosa per comprendere “come trattare con l’inaccettabile schematismo delle privatizzazioni attuate in UK”.

Il Mirror ha condiviso, in un recente articolo del novembre 2019, gli esiti dello studio della Greenwich University, allargato a tutti i campi che verrebbero contemplati nell’attuazione del prospetto auspicato dal dottor David Hall: ferrovie, acqua, energia elettrica, trasporto su ruota, Royal Mail (le poste britanniche), banda larga e Servizio Sanitario Nazionale. I risparmi delle concessioni ai privati verrebbero impiegati per creare posti di lavoro, fare manutenzioni e migliorie, attuare politiche ecologiche e promuovere quelle locali e regionali.

I dati sono lampanti nella loro semplice enunciazione:

  • Una proprietà pubblica delle ferrovie porterebbe al risparmio di un miliardo di sterline all’anno, abbastanza per pagare la costruzione di 100 miglia nuove di binari ogni anno.
  • Nazionalizzare l’acqua corrente permetterebbe il risparmio di 2,5 miliardi all’anno, il che permetterebbe di ridurre in un solo anno di un terzo le perdite nel sistema idrico.
  • Una proprietà pubblica delle reti energetiche permetterebbe il risparmio di 3,7 miliardi all’anno, una cifra la quale garantirebbe il pagamento per 222 nuove turbine eoliche off-shore ogni anno.
  • Una proprietà pubblica dei bus permetterebbe il risparmio di 506 milioni all’anno, abbastanza per pagare la bellezza di 1.356 nuovi pullman ad alimentazione elettrica.
  • Una proprietà pubblica della Royal Mail consentirebbe il risparmio di 171 milioni all’anno, abbastanza per pagare 342 nuovi uffici postali – con postazioni per il prelievo di contanti – nelle città di tutto il Paese.
  • La banda larga nazionalizzata farebbe risparmiare 500 milioni all’anno. E tanto è sufficiente per pagare tale servizio in fibra a ben sei milioni di persone.
  • La fine del mercato interno del National Healthcare Service (il SSN britannico) permetterebbe di avere almeno 4,5 miliardi in più in cassa, un risparmio che pagherebbe gli stipendi di 72.000 nuove infermiere e di 20.000 nuovi medici.

Il risparmio complessivo – calcolato tramite il confronto fra il costo attuale dei dividendi e degli interessi pagati alle società private ed il costo del rifinanziamento del capitale e del debito generato con l’emissione di titoli di Stato – sarebbe di circa 8 miliardi di sterline, risanabili in soli 7 anni (del tutto da soli). Gli azionisti verrebbero pagati per quanto speso, ovverosia 49,7 miliardi di sterline, cioè un quarto di quanto attualmente sborsa lo Stato britannico (196 miliardi).

Il fallimento di austerità e privatizzazioni

Sulla questione, è intervenuto il presidente di We Own It, Cat Hobbs, che ha pienamente appoggiato la proposta proveniente da Greenwich, sostenendo che “è assolutamente chiaro che le opere di privatizzazione sono state un cattivo affare per le casse dello Stato e per il funzionamento dei nostri servizi pubblici. Stiamo sprecando miliardi per i dividendi degli azionisti, e per i maggiori investimenti nel settore privato. Portando i nostri servizi sotto la proprietà pubblica, potremmo usare quei soldi per fornire servizi migliori a tutti noi”.

Il riferimento di Hobbs si indirizza alla cosiddetta Pfi, ovverosia la Private Finance Initiative, introdotta sin dal 1992 per finanziare i progetti infrastrutturali concedendo alti tassi di rendimento agli investitori privati, mantenendo i progetti fuori dal bilancio pubblico e quindi non annoverandoli nel conteggio del debito pubblico del Regno Unito. Si è trattato delle privatizzazioni in salsa britannica, le medesime che anche i governi italiani dell’epoca hanno applicato al settore pubblico del Bel Paese: la caduta dell’Iri ne è stato l’esempio più lampante. Privatizzazioni di cui la Corte dei Conti, ancora nel 2010, ha rivelato il “lato oscuro: aumento dei profitti, non dell’efficienza né della qualità.

In pratica – come argomentato da Cat Hobbs -, in Regno Unito si è così realizzata la controversa creazione delle partnership fra pubblico e privato, nella quale però è stato unicamente il secondo attore protagonista a guadagnarci, sino ad ora. Infatti, lo Stato ad oggi paga i privati per l’erogazione di servizi pubblici, ai quali gli azionisti provvedono, ma non primariamente per fornire un buon servizio, bensì per guadagnare dai loro investimenti. Una fisiologia naturale all’interno di un contesto aziendale. Ma un contesto aziendale, se applicato a servizi pubblici ed a settori strategici – i quali applicano una logica economica di peculiarità e regole diverse -, non può che ragionare secondo modus cogitandi non conformi al panorama in cui si trova.

Perciò, anche in Regno Unito – negli ultimi decenni – sono valse logiche macroeconomiche di stampo liberista, le quali a loro volta hanno contemplato una doppia conseguenza: un’austerità sempre presente, o comunque sempre pronta ad essere applicata (ossia, una riduzione degli investimenti statali per i cittadini); privatizzazioni incalzanti, per alleggerire il debito pubblico del Paese che le ha applicate. Indi per cui, deficit-spending e nazionalizzazioni rappresenterebbero la direzione opposta: una direzione che non sarebbe soltanto economica, bensì anche politica.

Le nazionalizzazioni nel panorama politico britannico

Le idee contemplanti la nazionalizzazione di questi servizi pubblici essenziali, i calcoli dei cui risparmi e benefici sono stati già detti, appartengono precipuamente al programma del Labour Party di Jeremy Corbyn. Essi hanno riscosso un certo successo a livello di opinione pubblica: non soltanto per gli iscritti al partito o per i suoi elettori, ma anche per i curiosi di altre branche politiche, magari tradizionalmente restie ad operazioni di tal fatta.

Ad esempio, è stata lungamente contemplata l’idea di nazionalizzare i cosiddetti “Big Six del rifornimento di energia, aziende fornitrici di alto calibro e grande spessore quali Edf Energy, British Gas, Npower, Eon, Sse e ScottishPower. La spinta per questa mozione, anche in questo caso, è provenuta dal Cancelliere Ombra dello Scacchiere, McDonnell, con l’obiettivo di portare innanzi il progetto secondo un doppio obiettivo: far risparmiare lo Stato nell’elargizione di concessioni agli shareholders, e fornire alla cittadinanza dei servizi più efficienti e più economici.

Come si può leggere su NewStatesman, per troppo tempo le nazionalizzazioni sono state un argomento tabù nel dibattito britannico, in quanto tutti i partiti politici avevano accettato in maniera quasi acritica l’impostazione socio-economica avviata da Margaret Thatcher negli anni Settanta. Ad esempio, una buona parte dei conservatori pensa che operazioni del genere siano retaggi dell’epoca della stagflazione, da non replicare.

Gli studi di David Hall e dell’Università di Greenwich vanno invece in direzione contraria, e puntano a dimostrare come a livello economico lo Stato avrebbe un ritorno positivo dalle nazionalizzazioni, che permetterebbero al Regno Unito di spendere non per concessioni, ma direttamente per investire nei propri servizi, garantendo ai suoi cittadini prezzi più accessibili e qualità superiore nell’erogazione dei servizi stessi. Naturalmente, ciò non significa cadere nell’illusione che sotto lo Stato non ci possano essere malfunzionamenti, problematiche et similia: tuttavia, l’equipe di studiosi enuclea che quanto meno la gestione pubblica renderebbe conto a livello politico del suo operato. Laddove le aziende, invece, non ne hanno la necessità né l’obbligo.

È la dimensione del politico che cerca di controbilanciare le storture dell’economico. La posizione mite o finanche neutra di Corbyn sull’Unione Europea – un’organizzazione sovranazionale di chiaro stampo ordoliberista, anche se la non-appartenenza dello UK alla zona euro mitiga certi gangli – con ogni probabilità rappresenterebbe un ostacolo all’applicazione di questo programma da parte del suo partito. Tuttavia, la Brexit voluta da Johnson apre nuovi scenari: più conformi alla proposta politico-economica delle nazionalizzazioni. Verso le quali il dibattito in terra d’Oltremanica è aperto: diversi studiosi, oltreché politici, hanno principiato a sostenerne l’applicazione progressiva, ritenendola un bene del tutto indispensabile per il Paese.