Nuove notizie positive per la Trumpnomics: nel giugno scorso gli indicatori economici degli Stati Uniti hanno battuto nuovamente le previsioni degli analisti per quanto riguarda lavoro e occupazione. 224.000 posti di lavoro sono stati creati nel mese appena trascorso, si legge in una dichiarazione del Segretario dello Us Department of Labor Alexander Acosta, portando a 5,6 milioni il numero complessivo di nuovi jobs da gennaio 2017, mese dell’inaugurazione presidenziale di Donald Trump.

Trump può così aggiungere nuove frecce al proprio arco e consolidare il trend positivo che vede la sua amministrazione sfondare in positivo i pronostici sulla crescita economica e il lavoro: le analisi più prudenti parlavano di 160.000 posti di lavoro creati a giugno, mantenendo cautela a causa dei contenziosi commerciali con la Cina e del rischio di una nuova ondata di sanzioni e dazi incrociati. La corsa alla conferma del 3% di crescita annua dell’economia che sin dall’inizio Trump ha considerato la stella polare del suo mandato continua, dopo un primo biennio in cui la Trumpnomics ha girato nei tempi previsti.

Leggendo il report del Bureau of Labor Statisticsrelativo a giugno 2019 si possono notare diverse informazioni chiave per interpretare le dinamiche dell’economia statunitense. In primo luogo, i settori cardine del messaggio politico di Trump, ovvero l’industria manifatturiera della “Rust Belt”, l’estrazione mineraria e il compound delle costruzioni, non rappresentano i motori della crescita occupazionale. Il loro incremento è pari a 17.000 unità per la manifattura (8.000 in media al mese nel 2019) e 21.000 per le costruzioni (in linea con la media annuale) e pressoché nullo nelle miniere. A trainare l’occupazione sono i servizi di business (+51.000 posti di lavoro a giugno), la sanità (+35.000) e i trasporti (24.000), un’economia dei servizi ad alto valore aggiunto nell’intero sistema geoeconomico a stelle e strisce.

Più in linea con le aspettative trumpiane i dati sul salario medio, cresciuto nel settore privato a 27,90 dollari all’ora di media (+6% a giugno dopo il +9% di maggio), mentre un dato che l’economia non riesce a migliorare è quello riguardante….l’aumento della disoccupazione! Può sembrare un controsenso, ma la stagnazione del tasso di disoccupazione negli Usa segnala come il problema non sia più la creazione di posti di lavoro in  sè ma il ritorno nel mercato del lavoro della componente della popolazione che da essa è volutamente esclusa. Non a caso, da mesi il tasso complessivo di occupazione (rapporto tra occupati e popolazione totale) è fermo al 60%, mentre il tasso di disoccupazione (dato dal rapporto tra disoccupati e partecipanti al mercato del lavoro) è stabile al 3,7% (6 milioni di persone), segno che il prossimo obiettivo dell’amministrazione dovrà essere il ritorno di quel 35% abbondante di persone nel mercato del lavoro, principalmente attraverso i settori che sino ad ora non hanno mostrato i miglioramenti attesi. In questo caso, una momentanea crescita del tasso di disoccupazione potrebbe indicare una mobilitazione crescente di potenziali lavoratori attratti da nuove condizioni occupazionali e nuove aspirazioni economiche.

Sul fronte valutario, continua lo scontro tra Trump e la Fed di Jerome Powell, accusato di non aver messo in atto una politica di abbassamento dei tassi d’interesse e espansione monetaria paragonabile a quella di Mario Draghi nell’Eurozona.

E in questo contesto le parole di Powell sui dati occupazionali lasciano presagire nuovi scontri. Trump chiede una nuova riduzione dei tassi alla Fed nella riunione del suo board che si terrà a fine mese; Powell, al contrario, ritiene che lo status quo sia positivo e che la crescita occupazionale sia una benedizione a una politica monetaria moderata e che eviterà in futuro di tagliare ulteriormente il costo del denaro. Trump vuole che nuovi record di Wall Street certifichino la bontà della sua azione politica e aprano la strada alla sua rielezione nel 2020. Ma Powell, in questo contesto, mantiene in maniera ostinata (e addirittura andando oltre i limiti del suo mandato) la posizione, ribadendo l’indipendenza della politica monetaria. Quella tra Casa Bianca e Fed è destinata ad essere, nell’anno a venire, la faglia maggiore della politica economica americana.