Donald Trump non molla il Venezuela di Nicolas Maduro. Il pugno forte del Tycoon ha attivato il congelamento di beni e minacciato quelle società che sostengono il governo venezuelano. Questo quanto riporta la Reuters.

Le sanzioni Usa si sono concentrate in special modo sulle attività del greggio e derivati venezuelani che rappresentano all’incirca il 95% dell’entrate dello stato. Il diretto interesse americano si focalizza sulla capacità produttiva del petrolio greggio che oscilla tra i 734.000 e 1,05 milioni di barili al giorno (bpd). Numeri nettamente inferiori rispetto al passato che – secondo fonte Opec – ne contava addirittura tre milioni. I dati di Pdv Eikon, in merito alle esportazioni di petrolio grezzo e raffinato solo a luglio scorso, registravano un calo di circa il 17,5%: un vero e proprio collasso adducibile alle sanzioni statunitensi che hanno fatto registrare il 40% in meno nel mese di febbraio.

La Reuters, ancora, riporta che una clausola delle sanzioni impedisce qualsiasi forma di transazione finanziaria della Pdvsa. Sembrerebbe che tale strategia abbia il fine d’impedire forme dirette o trasversali di finanziamento al potere di Maduro.

L’importanza strategica del Venezuela è nel fatto che la distribuzione del suo greggio è ramificata in tutto il mondo. Paesi che le sono antagonisti, come Ecuador e Colombia, non hanno la stessa capacità produttiva e quindi non riescono a competere con essa. Inoltre grandi nazioni come Canada e Messico sembra non siano in grado di poter revocare le esportazioni e guardare ad altri mercati.

I numeri del petrolio venezuelano

Secondo il Wall Street Journal l’attuale politica di Maduro è quella di spingere proprio sull’industria petrolifera. Il suo entourage vuole il controllo dell’assemblea nazionale affinché possa indurre gli investitori stranieri a rilanciare la produzione di greggio. Gli interessi ricadono su Russia, Arabia Saudita e Cina, partner strategici non in linea con le politiche petrolifere di Washington.

Voci discrepanti attestano che attualmente i numeri del petrolio venezuelano, sebbene sanzionato, mantengono una certa stabilità. Secondo dati Refinitiv Eikon, la raffineria statunitense Citgo Petroleum ha importato oltre 175.800 bpd solo nel 2018, seguito da Valero Energy Corp, con circa 166.000 bpd, e dalla Chevron Corp con circa 83.000 bpd. Anche se, viste le tensioni nel paese, sembrerebbe che colossi proprio come la Chevron, Valero e Citgo si siano rivolti ai produttori di greggio pesante anche in Colombia, Iraq, Arabia Saudita e Canada.

Le politiche di Maduro, nonostante tutte le difficoltà, sono state abili ad intensificare i rapporti con la Turchia, inviando circa 900 milioni di dollari in risorse auree e creando un sistema cooperativo d’interscambio commerciale per l’acquisto di latte e pasta. La Reuters sempre riporta che un membro dell’opposizione, Carlos Paparoni, denunci che proprio tali prodotti turchi siano ormai elementi fondamentali nel programma alimentare di Maduro e che ciò accadrebbe per sostenere l’attività e le finanze dell’attuale leader.

Le manovre di Maduro attraverso la statale russa Rosneft

Intanto, continua il braccio di ferro tra Russia e Stati Uniti per l’approvvigionamento delle risorse del sottosuolo ed il controllo di territori. Una guerra da remoto. Da un report dell’agenzia Bloomberg sembrerebbe che il viceministro delle Finanze russo, Sergey Storchak, coordini un gruppo di 12 persone del Cremlino focalizzati sul dossier venezuelano.

Storchak ha evidenziato gli sforzi di Cina e Turchia nell’alleviare il debito bancario “ristrutturato” del Venezuela che ammonterebbe a circa 3,15 miliardi di dollari. I russi auspicano che l’invio dei consiglieri di Putin a Caracas riusciranno ad appianare i problemi legati alla solvenza della moneta venezuelana, la crisi del settore bancario e tutte le altre problematiche che possano riattivare l’economia e rilanciare un sistema equo per la società.

Da tale rapporto sembrerebbe che Maduro stia segretamente negoziando la consegna petrolifera statale Petróleos de Venezuela alla Russia, per assicurare una maggiore sicurezza allo stato. La notizia di tali manovre sembra confermata anche da media venezuelani come El Nacional, che riporterebbe le intenzioni di Putin e Maduro di evitare il passaggio del parlamento per attuare legalmente il controllo Pdvsa attraverso la statale russa Rosneft, escludendo forme di privatizzazione.

Ma l’America non resta a guardare. Dopo la firma del Trade deal, l’amministrazione Trump lavora senza sosta anche sul versante venezuelano. I risultati abbastanza confortanti portati a casa con la Cina hanno messo ben in chiaro le intenzioni americane riguardo al progetto di espansione euroasiatica coltivato da molte nazioni antagoniste. Le sfide future per gli Stati Uniti non sembrano facili, ma Trump non è affatto intenzionato ad un ruolo di spettatore.