Le Borse mediorientali hanno veleggiato in territorio positivo, nella giornata di domenica, grazie al petrolio ed ai pacchetti di aiuti promessi per far fronte alla crisi scatenata dalla pandemia. L’indice T-35 di Tel Aviv è cresciuto dell’1,2 per cento e dopo quattro sessioni al ribasso, in seguito alla notizia diffusa dal governo israeliano in merito ai sussidi di disoccupazione prorogati sino al giugno 2021. Le piazze di altre nazioni della regione, nello specifico Arabia Saudita, Egitto, Kuwait e Qatar, hanno registrato rialzi oltre il 2 per cento trainate dalla crescita dei prezzi del petrolio ( il Brent ha raggiunto i 43 dollari al barile per poi perdere lo 0.62 per cento lunedì). Più contenuti i rialzi a Dubai (+0,5 per cento),che ha beneficiato degli incentivi governativi dal valore di 400 milioni di dollari.

Il fattore greggio

Il mercato del petrolio sembra poter raggiungere un nuovo equilibrio, come confermato dal segretario generale dell’OPEC Mohammad Barkindo. Le ragioni di questo sviluppo sono da ricercare in una crescita della domanda da parte dei Paesi che stanno allentando i lockdown e nel taglio della produzione pianificato in precedenza da parte dell’OPEC+ (che comprende anche la Federazione Russa). La portata dei tagli dovrebbe essere presto ridotta e potrebbe passare dai 9.7 milioni di barili al giorno, in vigore nei mesi di Maggio, Giugno e Luglio a 7.7 milioni di barili. La decisione verrà comunque formalizzata durante l’importante incontro del Comitato Interministeriale dell’OPEC che avrà luogo nei prossimi giorni. L’emergenza sanitaria negli Stati Uniti rischia di inficiare le prospettive di ripresa economica e della domanda di petrolio nel Paese che ne è il più grande consumatore al mondo e dunque di portare ad un calo dei prezzi. La situazione appare particolarmente grave in Florida che ha registrato oltre 15mila nuove infezioni in un solo giorno e dove la situazione appare ormai fuori controllo. L’espansione dei prezzi del greggio potrebbe essere poi minacciata dalla decisione presa dalla Libia di riprendere la produzione e l’export dell’oro nero. La recente crisi del settore petrolifero ha avuto pesanti ricadute sulla stabilità di alcuni Stati esportatori, in particolar modo su quelli privi di economie diversificate ed ha più in generale provocato una forte riduzione delle entrate di questi Paesi. Alcuni Stati, come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Russia hanno però accumulato, nel tempo, ingenti riserve finanziarie e ciò li ha messi e li metterà al riparo, almeno per un certo periodo, dalle contrazioni dei prezzi.

Le prospettive e le reazioni

Le prospettive dei Paesi esportatori di petrolio in Medio Oriente non appaiono rosee. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha chiarito come il declino dei prezzi porterà ad un mancato introito di 270 miliardi di dollari per i Paesi membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo e che, più in generale, le economie degli esportatori si contrarranno mediamente del 7.3 per cento nel 2020 (il 2 per cento in più di quanto prospettato ad Aprile). Secondo Jihad Jihad Azour, Direttore dell’FMI per il Medio Oriente e l’Asia Centrale, la ripresa (in linea con quella globale) sarà più graduale di quanto inizialmente previsto. In alcuni contesti, come a Dubai, i governi locali sono corsi ai ripari offrendo supporto economico alle attività commerciali: dalla riduzione o sospensione delle imposte e del costo degli affari al sostegno della liquidità delle aziende. In Israele le azioni del governo hanno suscitato l’ira di migliaia di persone scese in piazza per protestare contro lo scarso supporto offerto, a loro dire, dall’esecutivo di Benjamin Netanyahu alle piccole imprese ed agli autonomi attivi nei settori dell’ospitalità e del turismo. In Egitto, invece, il presidente Abdel Fattah Al-Sisi ha promesso di offrire un alloggio a chiunque ne abbia bisogno per soddisfarne i bisogni durante la crisi in corso. Il tasso di povertà dell’Egitto continua a crescere ed il Capo di Stato è probabilmente preoccupato dalle ricadute sulla sua popolarità.

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