Ricco e vulnerabile, conteso e mai domo. Il Venezuela è il Paese più dotato di petrolio al mondo, con 300,9 miliardi di barili di riserve, ma anche quello più corteggiato e abusato dalle potenze mondiali. Le riserve d’oro, come se non bastasse, lo piazzano tra i primi 10 Paesi del Sud America. La posta in palio, pertanto, è molto alta e la partita ha chiamato in campo da una parte Nicolas Maduro con Turchia, Cina e Russia e dall’altra l’autoproclamatosi presidente ad interim Juan Guaidó, con alle spalle gli Stati Uniti di Trump e gran parte dei Paesi membri dell’Unione.

Del Venezuela, però, non interessa soltanto la sfera politica istituzionale ma anche il dominino sotterraneo delle risorse, tra tutti il coltan. Elemento fondamentale dell’industria elettronica, si trova in particolare nella Repubblica democratica del Congo, Rwanda, Australia e in Brasile (dove si stima una quantità pari al 57% del totale mondiale), ma come testimonia l’intervento di Maduro poco prima dello scoppio della crisi politica e sociale, anche Caracas ha scoperto un giacimento preziosissimo, intorno al quale è stato ben presto edificato il più grande impianto di estrazione dell’America Latina. Con una lavorazione giornaliera di 160 tonnellate di “oro blu”, nel 2018 le previsioni del ministro Víctor Hugo Cano annunciavano un ammontare netto di 7,8 milioni di dollari “todos los días”, dritti dritti nelle casse dello Stato.

Ma la cronologia dei fatti e gli accordi presi in campo internazionale, parlano di una ricchezza a metà. A metà tra Russia e Cina: il sostegno di quest’ultimi va in scena da circa 15 anni, con la prima che ha elargito negli anni prestiti per ben quattro miliardi di dollari, in aggiunta ai 400 mercenari del contingente Wagner, e Pechino che necessita di nuove vie della seta da un cuore digital. Il governo di Xi Jinping dal 2005 a oggi, ha sostenuto Caracas con circa 62 miliardi di dollari, scaglionati in 17 prestiti, 12 dei quali diretti al settore petrolifero.

L’ascendente dei due Paesi, quindi, è un’arma a doppio taglio, in grado sì di mantenere in piedi un’economia fragile ma capace anche di destabilizzare i mercati e formare un cordone assistenziale dai retroscena complessi. A partire dal potere d’acquisto del petrolio, prima vittima dell’instabilità politica: il suo crollo ha innescato un effetto a cascata per cui il tasso di povertà si è espanso a circa il 90% della popolazione, con un tasso di omicidi pari a 90 su 100 mila abitanti (l’Italia ha 0,9 su 100 mila abitanti).

A nulla è servito l’ingerenza che da circa dieci anni vede la quota dell’economia gestita dai privati salita dal 65 al 71%, in quanto il Paese si trova in questa drammatica situazione perché semplicemente ha fatto delle politiche, quando aveva le casse piene di un petrolio che si vendeva a 100 dollari al barile, di tipo populista: ovvero distribuendo ricchezze che non produceva. Il risultato? La dipendenza a due delle super potenze mondiali, le quali possono, in questo momento, decidere vita e morte di un intero Paese.