I palestinesi stanno valutando la possibilità di importare petrolio dall’Iraq, attraverso la Giordania, per rendersi maggiormente indipendenti da Israele sul piano energetico.

Già da qualche mese, l’Autorità nazionale palestinese (Anp) è impegnata in un progetto di riduzione della dipendenza economica dallo Stato ebraico all’interno dei propri territori. Un percorso disseminato da numerosi ostacoli, che ora potrebbero lentamente dipanarsi.

Al momento, le relazioni economiche tra Israele e Palestina sono regolate dal cosiddetto Protocollo di Parigi del 1994; secondo il documento, le tasse e i dazi sui beni importati che raggiungono la Cisgiordania e la Striscia di Gaza attraverso i porti israeliani – e perciò riscossi in prima battuta da Israele – sono mensilmente trasferiti all’Anp.

Dal febbraio scorso, tuttavia, il governo israeliano ha deciso di trattenere ogni mese una percentuale sulle entrate fiscali destinate all’Anp – pari a circa 138 milioni di dollari annui -. Per Israele, una misura necessaria a impedire il finanziamento del terrorismo, dal momento che l’Anp destinerebbe questo denaro alle famiglie dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane per reati legati alla sicurezza.

Immediata la reazione del presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, che ha rifiutato in toto il trasferimento di denaro da Israele, ingaggiando subito una battaglia per rendere quanto più possibile autonomi i territori palestinesi dallo Stato ebraico.

Concretamente, l’Autorità nazionale si impegna a promuovere il consumo di prodotti palestinesi, ridurre il ricorso a strutture ospedaliere israeliane, rafforzare la cooperazione economica con i Paesi arabi e incrementare la produzione autoctona di energia, soprattutto solare e biomassa.

Il petrolio iracheno

In questo quadro, l’importazione di prodotti petroliferi da altri Paesi arabi costituirebbe un tassello decisivo per l’indipendenza energetica dei territori palestinesi. Resta ora da capire tuttavia come adeguare questo processo agli standard previsti dal Protocollo di Parigi.

Nel piano di Abbas, il petrolio – proveniente dall’Iraq – verrebbe trasformato in carburante nella raffineria giordana di Zarqa e, da qui, inviato nei territori palestinesi. Un passo in questa direzione era già stato fatto il 7 giugno, quando Giordania e Palestina avevano siglato un accordo sull’energia che permetteva alla Palestina di raffinare il petrolio importato dall’Iraq in Giordania.

Successivamente, nel luglio scorso, la Petroleum Commission palestinese aveva avanzato una richiesta ufficiale a Israele, chiedendo l’autorizzazione per l’importazione di petrolio dalla Giordania, senza tuttavia specificare il Paese da cui sarebbe giunto il greggio.

Ad oggi, nella raffineria giordana di Zarqa sarebbero in corso controlli per verificare che l’impianto risponda agli standard internazionali, stabiliti dal Protocollo di Parigi e utilizzati anche da Israele.

Verso l’indipendenza economica?

Di per sé, il Protocollo di Parigi consente già ai palestinesi di diversificare le fonti di importazione dei prodotti petroliferi, a patto però che questi non vengano rivenduti a un prezzo inferiore rispetto a quello a cui viene venduto in Israele. Prevede, inoltre, per i palestinesi, di poter “utilizzare tutti i punti di accesso e uscita in Israele”, senza l’eventualità di rifiuto da parte dello Stato ebraico.

Infine, secondo il Protocollo, è consentito importare i prodotti petroliferi provenienti dalla Giordania, a patto che i loro standard raggiungano “la media degli standard dei Paesi europei o degli Stati Uniti”.

Il progetto di Abbas poggia su queste clausole. Se realizzato, produrrebbe un doppio vantaggio per il popolo palestinese: lo renderebbe in grado di aggirare il sistema israeliano di trasferimento delle tasse e gli consentirebbe di acquistare i prodotti petroliferi direttamente da Amman, al netto di tasse da parte di Israele.

Ma non bisogna farsi illusioni. Secondo Osama Nofal – direttore generale del Planning and Policy Department presso il Ministero dell’Economia di Gaza – il piano potrebbe rivelarsi estremamente difficile da realizzare

Pur consentendo all’Anp di importare i prodotti petroliferi da Paesi terzi, infatti, il Protocollo di Parigi stabilisce altresì una serie di regole stringenti, quali la tipologia di carburante, il prezzo di vendita e i punti di accesso ai territori palestinesi.

Non solo: secondo Nofal, “dalla firma del Protocollo in avanti, Israele non ha permesso l’entrata di nessun carburante proveniente dalla Giordania” e si è opposto al commercio del carburante nei territori che si trovano sotto la sua giurisdizione.

Infine, considerata la situazione attuale, gli standard giordani non raggiungerebbero quelli europei o americani, dal momento che – secondo Haidar Zaban, ex capo della Jordan Standards and Metrology Organization – “il carburante prodotto contiene 350 mg/kg di zolfo, mentre quello europeo non ne contiene affatto”.