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Perché Trump minaccia nuovi dazi contro l’Unione Europea

Donald Trump è tornato a minacciare dazi contro l'Unione Europea e a paventare l'idea di una ripresa della guerra commerciale.

Donald Trump è tornato a minacciare dazi contro l’Unione Europea e a paventare l’idea di una ripresa della guerra commerciale a partire dall’1 giugno se Bruxelles non aprirà a una trattativa con Washington per il libero scambio. L’ipotesi daziaria è quantomeno draconiana: l’amministrazione americana propone tariffe al 50% come mezzo di pressione sull’Ue dopo che Trump aveva espresso frustrazione per i ridotti progressi nell’accordo commerciale tra le due aree economiche principali del campo occidentale.

Colloqui Washington-Bruxelles in salita

Non sembra che la chiamata tra il Commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic e le sue controparti americane, il segretario al Commercio statunitense Howard Lutnick e il rappresentante della Casa Bianca per le politiche mercantili Jamieson Greer, abbia smosso le acque nella giornata di venerdì per arrivare a una quadra: gli Usa chiedono, insistentemente, un calo del deficit commerciale in beni tra le due sponde dell’Atlantico, sostenendo che questo squilibrio crei problemi allo sviluppo industriale degli Usa, o una qualche forma di compensazione.

In particolare, Trump e i suoi, come il vicepresidente J.D. Vance, da tempo hanno messo nel mirino la regolamentazione comunitaria in materia di dati e informazione, ritenuta un freno allo sviluppo delle multinazionali statunitensi, e chiedono che l’Europa faccia di più su altri fronti, come l’acquisto di gas naturale liquefatto a stelle e strisce in sostituzione all’energia comprata da partner in declino dell’Ue come la Russia.

Bisogna sottolineare che la minaccia di dazi, che sarebbero i secondi dopo quelli imposti il 2 aprile nel “Liberation Day”, fissati al 20% e poi sospesi, impatterebbe su una relazione economica estremamente articolata, a tutti gli effetti la più complementare mai costruita da due aree economiche nella storia mondiale.

Il commercio Usa-Ue tra beni e servizi

Alcuni dati aiutano a comprenderlo. Da un lato, c’è il versante industriale: nel 2023 merci europee dal valore di 600 miliardi di dollari hanno preso la via degli Stati Uniti, mentre Washington ha venduto nel blocco dei Ventisette merci per un controvalore complessivo pari a circa  370 miliardi di dollari, Di conseguenza, nel campo dei beni fisici questo ha prodotto un consistente surplus commerciale europeo di circa 231 miliardi di dollari, una quota inferiore solo a quello degli Usa verso la Cina, che vanta una bilancia commerciale in “verde” per ben 292 miliardi di dollari.

Ma non finisce qui, dato che tra le due sponde dell’Atlantico c’è anche un imponente flusso bilaterale di servizi per un valore totale che nel 2023 era pari a 746 miliardi di euro. Su questo fronte l’equilibrio è a favore di Washington, con un surplus di 109 miliardi legato principalmente al settore finanziario e consulenziale decisivo per le aziende europee.

In definitiva, la relazione economica Ue-Usa alimenta un traffico di beni e servizi dal valore complessivo superiore ai 1.700 miliardi di dollari. Gli scambi bilaterali hanno creato uno scenario di chiara complementarietà tra i due sistemi in cui gli statunitensi acquistano con entusiasmo beni europei e il Vecchio Continente fa ampio uso dei servizi e delle attività tecnologiche americane.

In un contesto di rinnovata centralità mondiale dell’industria, è chiaro che queste dinamiche creino attenzione a Washington per il fronte della produzione materiale: la leva delle tariffe americane è una continuazione con altri mezzi dell’ingegneria industriale messa in campo nell’era di Joe Biden con la promozione dellInflation Reduction Act e del Chips Act per drenare investimenti produttivi verso gli Stati Uniti partendo soprattutto dal mercato europeo.

Bluff o strategia?

In sostanza Washington chiede all’Europa di pagare l’apertura del mercato americano enfatizzando una maggior dipendenza: più energia a stelle e strisce per far correre i suoi impianti, più tecnologia e servizi americani con meno vincoli per rendere sempre più importante la penetrazione delle Big Tech nel Vecchio Continente, più merci statunitensi in campo industriale nel mercato europeo.

La riluttanza europea a concedere tutto questo sembra esser alla base della nuova pressione, esercitata da Trump dopo aver concluso importanti accordi con la Cina e con il Regno Unito. L’evoluzione dello scenario è da monitorare con attenzione, per capire se la minaccia di dazi al 50% sia una leva negoziale “bluff” messa in campo da Trump o se i due blocchi economici più solidi del pianeta andranno verso una collisione che li porterebbe in un territorio inesplorato.

Le nuove partite tecnologiche, industriali e commerciali plasmano i rapporti tra potenze e anche le grandi multinazionali diventano, anno dopo anno, soggetti sempre più “geopolitici”. Queste interazioni sono oggetto del nostro studio e del nostro lavoro di approfondimento. Per consentirgli di rafforzarsi, abbonati e schierati fianco a fianco con InsideOver!

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