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Il 24 settembre di quest’anno, nell’arco di una sola giornata, il prezzo del Bitcoin è crollato all’improvviso, lasciandosi alle spalle solo un mercato interdetto e molte, molte domande.

Vista la sua natura puramente speculativa, non è di certo la prima volta che il mondo delle cryptocurrency è stato testimone di un repentino calo della sua capitalizzazione, dovuta innanzitutto alle oscillazioni del Bitcoin (date che ammonta a circa il 70% della capitalizzazione totale del mercato), ma anche di altre monete principali, come l’Ethereum, il Ripple, il Litecoin o il Bitcoin Cash.

Tuttavia, il crollo del 24 settembre è stato del tutto inaspettato: non vi era alcun segnale né monito che da lì a poco il Bitcoin – e il mercato in generale – sarebbe crollato di alcune centinaia di dollari in pochissime ore. Anzi, la performance del Btc non stava andando per nulla male.

Il panico degli investitori, poi, non ha tardato a farsi sentire. Subito si è corsi alla vendita dei propri asset, contribuendo alla già pesante svalutazione in corso del Btc. Ad oggi, a distanza di tre mesi, il valore del Btc continua a presentare un leggero trend verso il basso.

Qualche giorno dopo il crollo mi sono trovato al telefono con degli analisti americani, di base a San Francisco, per cercare di capire cosa sia successo e come abbia fatto un tale crollo ad avvenire tutto in pochissime ore. Vista la velocità con lui la moneta è stata svalutata, l’unica possibile soluzione era quella di un’ingente vendita di Btc, probabilmente da parte di un grande attore e di una sua strategia di manipolazione del mercato. In fondo, è abbastanza comune che grandi entità facciano fluttuare il valore delle singole monete per il proprio tornaconto, comprando o vendendo a seconda delle necessità.

Non vi era, però, alcun riscontro con l’andamento del dollaro americano, primo fra tutti il suo apprezzamento, dato che se la vendita fosse avvenuta, il Btc sarebbe dovuto essere convertito in moneta fiat, facendo a sua volta apprezzare la moneta convertita e, quindi, comprata.

Ci è voluta una buona ora di riunione per accorgerci, infine, che eravamo sulla traccia giusta, ma che la vendita non è avvenuta in dollari. Bensì in sterline.

La forte correlazione fra l’apprezzamento del Gbp – il Pound Sterling britannico – e il crollo del valore assoluto del Btc, infatti, parlava chiaro: l’ingente conversione di Btc è avvenuta sulla piazza di Londra e non negli Stati Uniti. Perché, però? Il Regno Unito non ha mai avuto entità così grosse interessate nelle criptovalute. Il successo delle crypto nel Regno è più che altro dovuto all’adozione di queste ultime da parte della miriade di startup che popolano il solidissimo settore fintech del Paese.

Questo poiché a vendere Btc non sono stati gli inglesi. Per risolvere l’arcano, infatti, bisogna spostarsi 9,600 chilometri più ad est, verso uno dei miracoli sviluppisti asiatici: Hong Kong.

Da mesi, la città è testimone di un secondo importante tumulto popolare da quello “degli ombrelli gialli” del 2014, quando già si temeva una vicinanza alla Cina continentale troppo pericolosa per la libertà dei suoi cittadini. Le manifestazione e la violenza che ne è scaturita non hanno potuto non toccare le fondamenta della sua economia, basata sulla solidissima classe imprenditrice del Paese.

Hong Kong, di fatti, è uno dei centri nevralgici della tecnologia e dell’imprenditoria in ambito fintech dell’intera regione estremo-orientale. È proprio questa classe imprenditrice a fare di Hong Kong uno dei paesi più “crypto-friendly” del globo, vista la facilità di spostamento di questi asset e l’impronta innovativa delle molte startup di base nella città.

Alla fine di settembre, la manifestazione non sembrava placarsi, specialmente in vista dei festeggiamenti del 1° di ottobre – giorno di commemorazione della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Con la rivolta alle porte, gli investitori, gli imprenditori e, in generale, i possidenti di ingenti capitali del paese non hanno avuto altra scelta se non quella di spostare i propri asset fuori dal Paese. Molto probabilmente, quindi, più che l’economia, è stata la geopolitica ad avere un ruolo principale nello svolgimento della caduta del re delle crypto.

I forti legami storici e finanziari che legano Londra e Hong Kong – ex colonia e territorio della corona fino al 1997 – hanno molto probabilmente giocato un ruolo fondamentale in quello che è stata una notevole fuoriuscita di denaro dalla città asiatica verso il Regno, dove i broker locali hanno piazzato la vendita in Btc convertendo la criptovaluta in Gbp, influenzando il mercato con conseguenze sentite ancora oggi.

Questa settimana, la sterlina ha continuato a crescere, mentre il Btc continua a presentare un leggero trend verso il basso. Certo, non ci sono stati movimenti degni di nota né improvvisi, ma nonostante il bitcoin abbia performato senza apparenti correlazioni nelle ultime settimane, la tendenza della sterlina a crescere e del Btc a decrescere ha continuato abbastanza da far intuire che molti hanno seguito il primissimo deflusso di denaro verso la capitale britannica, facendo poi scemare questa tendenza e acquietando le acque.

Le criptovalute stanno dimostrando di essere sempre più parte del gioco della finanza globale. Forse siamo ancora lontani dal loro utilizzo quotidiano per le nostre microtransazioni abitudinarie, come il caffè, la spesa, il biglietto della metro ed altro. Ma nei grandi sistemi finanziari già interessano molti attori importanti. Tanto quanto spaventano le istituzioni e gli attori già affermati.

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