Quella sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes) è stata una delle discussioni politiche più accese del periodo primaverile ed estivo. Maggioranza e opposizione si sono divise al loro interno circa la convenienza o meno di attivare le linee di credito che avrebbero consentito all’Italia di ottenere un prestito di 36 miliardi di euro per rafforzare il proprio sistema sanitario. Prestito a tasso agevolato, sostengono i fautori del Mes rappresentati nel governo dal Partito Democratico e Italia Viva, fattore di subordinazione delle emissioni ordinarie di Btp e linea di credito potenzialmente soggetta a cambi delle condizionalità richieste come controparte, sostenevano i contrari (Movimento Cinque Stelle da un lato, Lega e Fratelli d’Italia dall’altro).

Ebbene, da diverse settimane di Mes nella politica italiana si parla sempre meno. Sulla scia dell’ampliamento delle complesse trattative sul Recovery Fund e sugli scenari di riferimento degli altri Paesi europei, infatti, da ambo le parti è tacitamente emersa la convenienza a mettere in stand by la questione. Il Recovery Fund, destinato a esser sdoganato solo nella seconda metà del 2021, mobiliterà risorse ben consistenti da un lato e chiederà condizioni certe dall’altro e, al contempo, l’Italia segue quanto accade nel resto d’Europa. In cui il Mes è stato di fatto riposto nel cassetto.

Anche il viceministro dell’Economia del Pd, Antonio Misiani, in una recente intervista a Repubblica, ha preferito muoversi coi piedi di piombo: “La linea di credito sanitaria del Mes è uno strumento potenzialmente utile e conveniente. Ciò detto, è un prestito, non un contributo a fondo perduto. Il suo utilizzo va valutato in relazione al fabbisogno di cassa, valutandone i pro e i contro a confronto con le alternative a disposizione del governo”. Alternative che in questi mesi si stanno manifestando nelle disponibilità di cassa del Tesoro, che a fine estate hanno sfondato quota 100 miliardi di euro, smentendo i timori di Roberto Gualtieri di un prosciugamento autunnale dei fondi del Ministero dell’Economia, e dalla priorità, ben più impellente, di scegliere cosa fare dei fondi esistenti piuttosto che cercare ove reperirne di nuovi.

Inoltre, le motivazioni che hanno spinto molti Paesi, Spagna e Grecia in primis, a non ricorrere al Mes sono state ben spiegate da un report di Althea Spinozzi per il centro studi Bg Saxo (Banca Generali e Saxo Bank),in cui si analizza come il ricorso degli Stati ai mercati dei capitali e quello al Mes siano stati visti dagli operatori pubblici europei come “perfetti sostituti”. “Il ricorso al Mes potrebbe far sembrare che la nazione è finanziariamente instabile, fornendo un quadro distorto rispetto alla situazione italiana”, si legge nel report ripreso su StartMag. “L’Italia può accedere al mercato dei capitali senza problemi e non ha problemi di rifinanziamento” anche perchè negli ultimi mesi il protagonista assoluto dell’economia europea è stata la Banca centrale europea, grande livellatrice dei differenziali di rendimento e “scudo” dei Btp e degli altri titoli di Stato.

In una fase in cui il tasso dei titoli italiani è negativo fino al periodo con scadenza triennale, di poco superiore allo 0,10% per il quinquennale e oscilla tra lo 0,70 e lo 0,80% per il decennale e la situazione è analoga per gli altri Paesi l’indebitamento pubblico è considerato una strada più praticabile di un prestito comunque vincolante il Paese a un’istituzione terza. “In questo contesto”, si legge nel report, “i fondi del Mes somigliano molto alla mela di Biancaneve: dalla forma e dal colore perfetto ma avvelenata”.

Il Mes, in questo contesto, è ben lungi dall’essere una misura risolutrice, così come una minaccia alla sicurezza economica nazionale ma rischia semplicemente di essere sorpassato dalla realtà e da un intervento Bce ben più corposo (oltre mille miliardi di euro in tutto il 2020) e strategicamente mirato. E il fatto che a dirlo sia il centro studi congiunto di due banche segnala che anche nel mondo degli investitori il sentimento dominante e la percezione diffusa vadano in questa direzione: per quanto riguarda il governo di Roma, in ogni caso, il problema grosso rimane, ancora prima della scelta delle fonti di finanziamento, quello dell’efficace utilizzo di tali fonti per investimenti, piani di lungo periodo, strategie per la crescita. La vera mancanza che frena il rilancio italiano.