Nella giornata del 9 novembre la multinazionale farmaceutica Pfizer ha annunciato avanzamenti significativi nella corsa al vaccino contro il Covid-19 che hanno suscitato comprensibili entusiasmi e speranze.

Il 90% dei test realizzati dal colosso farmaceutico di New York, infatti, avrebbero prodotto risultati positivi, e questo è un passaggio cruciale verso la possibilità di avere un vaccino efficiente ed operativo già nei prossimi mesi.

Dopo l’ondata di entusiasmo, è tuttavia necessario rimettersi con i piedi per terra e studiare le implicazioni strategiche e le necessità industriali, logistiche e organizzative richieste da un’eventuale distribuzione del vaccino. “Colli di bottiglia” produttivi che rappresentano altrettanti vincoli alla circolazione delle dosi in tutto il mondo.

Il primo nodo è quello della manifattura dei prodotti vaccinali. Essa richiede impiantistiche complesse che necessitano tempi lunghi di installazione e rende difficile pensare che una lunga campagna di produzione di macchinari e centri di sviluppo possa precedere la manifattura globale del vaccino. Risulta utile quanto riportato da Il Sole 24 Ore in un reportage del 2017 da un impianto francese della Sanofi leader globale della produzione di vaccini anti-influenzali, che dà l’idea dell’elevata complessità del processo. La coltura del vaccino, la preparazione delle fiale e la sua conservazione sono altrettanti processi che richiedono un monitoraggio continuo e vagli sistemici, rendendo di conseguenza difficile credere che impianti costruiti ex novo possano essere edificati nel raggio di poche settimane.

Le economie di scala per la produzione del vaccino dovranno dunque fare riferimento agli impianti già esistenti. Valorizzando nella catena produttiva un importante attore dell’economia globale. Come ha ricordato recentemente il Guardian, è l’India a disporre del 60% della capacità produttiva assoluta di vaccini e farmaci, e dunque a poter risultare la nazione decisiva in questo frangente.

I colossi indiani della manifattura farmaceutica (Dr. Reddy’s, Bharat, Biological E, Serum Institute) hanno già firmato accordi con gli attori del big tech attivi nella corsa al vaccino (dalla Johnson&Johnson alla AstraZaneca, passando per la Russia con il suo Sputnik V) per concordare la produzione di almeno due miliardi di dosi dei futuri vaccini. Pfizer non ha sciolto definitivamente la riserva, ma in caso di vittoria della corsa difficilmente potrà fare diversamente.

Il governo indiano di Narendra Modi ha dunque imposto un vero e proprio “sovranismo sanitario” negli accordi-quadro con le multinazionali del farmaco, puntando ad incassare almeno metà delle dosi di ogni lotto produttivo per curare la diffusione del Covid-19 nel subcontinente. Adar Poonawalla, figlio del fondatore e leader del Serum Institute di Pune che è capace di produrre da solo un quarto della capacità manifatturiera globale nel settore (1,5 miliardi di dosi l’anno), ha stretto ad esempio con il governo indiano un accordo che gli garantisce almeno metà della produzione delle fiale del vaccino Oxford-AstraZeneca e offre il restante all’export verso Paesi in via di sviluppo. Mettendo in second’ordine i Paesi occidentali. I produttori indiani sanno di poter dettare le regole al mercato perché “pochi al mondo possono produrre vaccini al nostro prezzo, alla nostra scala e alla nostra velocità”, come ha dichiarato Poonawalla al New York Times.

Fatto il vaccino, bisognerà distribuirlo. E non sarà una sfida facile. Per due ordini di questioni.

La prima compete la conservazione delle dosi di vaccino. Come ricordato su Repubblica, “alcune delle fiale infatti hanno bisogno di essere conservate a temperatura di frigo (fra 2 e 8 gradi). Ma altre – a seconda del metodo di preparazione – devono restare a meno 80 dalla fabbrica fino all’iniezione, pena il deperimento. Se la catena del freddo si interrompe, l’etichetta cambia colore e il vaccino va buttato”. E quelli prodotti da Pfizer sembrano essere destinati a venire conservati tra i -75 e i -80°C, in appositi contenitori e frigoriferi di cui anche nei Paesi ad economia più avanzata c’è ridotta disponibilità.

Pfizer, insieme a BionTech, propone di costruire box per la spedizione riutilizzabili in grado di immagazzinare 1.000-5.000 dosi di vaccino cadauno, ma anche in questo caso si aprirebbe una partita di politica industriale tutt’altro che di breve durata. Uno studio della società di logistica Dhl pubblicato a settembre ha evidenziato che si renderebbero obbligatorie “misure straordinarie” per distribuire un vaccino congelato negli oltre 25 Paesi che attualmente hanno la capacità di immagazzinarlo a lungo. Paesi che coprono un terzo della popolazione umana, mentre per i restanti due terzi, comprendenti larga parte dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, si creerebbero numerosi grattacapi.

La stessa India avrebbe di fronte una sfida difficilmente affrontabile, mentre chiaramente sarebbe l’Africa il continente più penalizzato anche se, come fa notare Industria e Informazione, “Gavi e Unicef, da anni, stanno lavorando alla realizzazione di refrigeratori a pannelli solari in Africa, e l’attuale emergenza le ha spinte a moltiplicare gli sforzi: dalle unità 40mila già installate si spera di superare le 100mila entro la fine del 2021. Paradossalmente, le zone colpite dalle recenti epidemia di ebola saranno avvantaggiate, disponendo già delle infrastrutture di emergenza”.

Ancora più importante appare la sfida della distribuzione delle dosi in tutto il mondo. Nella sua ricerca, Dhl ha stimato che per portare in tutto il mondo il vaccino potrebbero essere necessari 15mila voli di cargo intercontinentali contenenti in tutto 15 milioni di contenitori. Uno sforzo spalmato su più mesi, o addirittura anni, che dovrebbe necessariamente fare i conti con l’avanzamento delle filiere distributive a terra in tutti i Paesi. Una catena logistica, del resto, ha la forza del suo anello più debole. E anche in Italia dovremmo iniziare a porci numerose domande: esiste un piano per favorire la logistica e il trasporto dei vaccini verso i centri di conservazione? Come evitare ritardi paragonabili a quelli sorti a marzo per la distribuzione delle mascherine? Esistono i mezzi necessari a garantire una distribuzione diversa da quella capillare dei vaccini anti-influenzali trasportati a temperatura frigo? L’esecutivo nazionale deve preparare una strategia omnicomprensiva in materia, perché queste domande, nel nostro Paese come in altri, potrebbero richiedere al più presto risposta. Specie se, come prevedibile, ci vorranno mesi prima di vedere un vaccino certificato entrare in produzione e potrebbero volerci anni prima di coprire una quota consistente della popolazione.

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