Non finisce il braccio di ferro interminabile tra l’Italia e l’Olanda governata dal “falco” del rigore Mark Rutte. Nelle negoziazioni senza fine per completare il Recovery Fund il leader de L’Aja sta utilizzando tutte le sue abilità negoziali per riempire di mine il sentiero che porta verso il perfezionamento del fondo Next Generation Eu delineato da Ursula von der Leyen e Charles Michel.

Assieme al resto del fronte dei falchi (Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia) l’Olanda preme sulle presunte leggerezze economiche e finanziarie dell’Europa mediterranea, che a suo dire il Recovery Fund finanzierebbe con un ingente ammontare di risorse coperte da un debito comune europeo, fattispecie tutta da dimostrare, e chiede forti condizionalità e un potere di scrutinio notevole sull’erogazione dei fondi. La guerra di nervi e l’arrembanza politica di Rutte hanno spinto il premier olandese, giorno dopo giorno, ad alzare il livelo del pressing: l’ultimo fronte aperto per vincere le argomentazioni a favore di un Recovery Fund di dimensioni corpose è stato l’attacco al sistema pensionistico italiano.

Sarebbe in particolare “un privilegio” la riforma per l’introduzione di Quota 100 che è stata introdotta dal governo M5S-Lega nel 2018 consente dal 2019 ai lavoratori italiani di andare in pensione a 62 anni con 38 anni di contributi. Secondo quanto ricostruito da Repubblica Rutte e il super-falco ministro delle Finanze Wopke Hoekstra avrebbero consultato i dati Ocse sulle pensioni per sottolineare che l’Italia, concedendo uno sconto di cinque anni sull’età legale di pensionamento, si conceda dei lussi che gli altri Paesi non si possono permettere. Inoltre, ha fatto scalpore al duo Rutte-Hoekstra, secondo quanto scrive Il Sole 24 Ore, il fatto che “l’aspettativa di vita è di 18 anni e 8 mesi per un sessantacinquenne olandese, ma di 19 anni e 7 mesi per un sessantacinquenne italiano. A conti fatti, quindi, gli uomini italiani beneficiano in media di quasi tre anni di pensionamento in più degli olandesi”.

Tra sabato 18 e domenica 19 luglio la delegazione olandese ha alzato l’asticella dello scontro con quella italiana. Rilanciando la proposta della necessità di un’approvazione all’unanimità di tutto il Consiglio Ue per poter avviare i singoli piani di rilancio dei Paesi maggiormente indebitati, Rutte ha proposto di analizzare l’impegno dei Paesi riceventi gli aiuti a migliorare, nell’ottica della liberalizzazione, le condizioni del loro sistema pensionistico e del loro mercato del lavoro. Un vero e proprio diktat che non tiene in considerazione diversi aspetti di importanza tanto politica quanto economica.

Partiamo dai dati meramente finanziari: Quota 100 non ha dissanguato l’erario italiano. Lo ha ammesso la Banca d’Italia e lo ha ribadito la Commissione, in riferimento all’analisi definitiva della manovra gialloverde, sottolineando i risparmi di spesa della riforma rispetto alle previsioni di stanziamento di risorse: inizialmente si pensava ad un costo di 25,8 miliardi per Quota 100 tra il 2019 e il 2022: in realtà nel solo primo esercizio l’Italia ha risparmiato oltre un miliardo e mezzo di euro (1,874 miliardi di spesa contro 3,453 di prospettiva) e in tutto il quadriennio si ritiene possibile un minor onere di 7,783 miliardi.

Inoltre, l’Olanda mettendo la questione sul piano dei “privilegi” si porta su un terreno estremamente scivoloso sul piano politico, dato che Rutte non ha fatto altro che pretendere la concessione di nuovi favoritismi dalle trattative europee, compreso il mantenimento del rimborso (rebate) legato alla minore contribuzione di cui era gravata la Gran Bretagna.

Quota 100 ha avuto uno strenuo difensore in uno dei suoi “padri”, l’ex sottosegretario del Ministero del Lavoro, il leghista Claudio Durigion. “Quota 100”, ha spiegato a La Verità, “ha mandato in pensione 300.000 persone. Ha restituito la libertà a quei lavoratori che la legge Fornero aveva messo in gabbia, imponendo, dalla sera alla mattina, da uno a cinque anni di lavoro in più”. Una riforma shock, estremamente destabilizzante, che Paesi come l’Olanda non hanno dovuto sperimentare e che ha creato clamorose ingiustizie sociali. Inoltre Durigion rivendica l’efficacia della riforma sul piano occupazionale, attraverso la mobilitazione dell’effetto di sostituzione dei lavoratori uscenti con i più giovani neoassunti: “se confrontiamo il tasso di disoccupazione giovanile precedente alla riforma con quello successivo vediamo che si è passati dal 32,5% al 23,5% e con un pil che l’anno scorso era dello zero virgola”. Risulterebbe difficile, per il premier Giuseppe Conte, mettere in discussione la bontà di certi numeri che, possa piacergli o meno, si riferiscono al suo precedente governo, fondato sull’asse M5S-Lega.

Gli attacchi di Rutte segnalano che la debolezza politica dell’Italia in Europa è tale da rendere possibile anche incursioni nella sfera privata delle nostre scelte di finanza pubblica. Conte dovrebbe saper giocare in contropiede, colpendo Rutte e l’Olanda laddove la sua posizione vacilla maggiormente: sul tema dei veri favoritismi di cui ci si dovrebbe indignare, quelli concessi a multinazionali di tutto il mondo da parte de L’Aja per depredare gli erari del resto dell’Unione, Italia compresa, e favorire lo sviluppo interno. Per troppo tempo si è lasciato che i falchi imperversassero: dare ulteriore corda renderebbe difficile rispondere colpo su colpo alle loro provocazioni. Questa è l’Europa del tutti contro tutti: e oltre la battaglia Italia-Olanda, stupisce il caos con cui da mesi il Vecchio Continente sembra non essersi accorto dei tempi certi che la risposta alla crisi in atto impone.

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