Recentemente Christine Lagarde ha duramente affondato contro l’applicazione ottusa e estremamente rigida di diverse regole comunitarie che, a suo dire, hanno depotenziato gli effetti dell’espansione monetaria degli ultimi anni. In particolare la Lagarde ha contestato l’ipotesi di fidarsi ciecamente della teoria del “Pil potenziale”, ovvero di quella regola dell’output gap incorporata dai trattati europei sulla disciplina di bilancio e che prescrive ai Paesi un livello ideale di produzione che non acceleri indicatori quali l’inflazione e addirittura livelli “naturali” di disoccupazione che, per fare un esempio, nel 2018 erano indicati per l’Italia attorno al 10%. Superate queste soglie, ça va sans dire, un Paese è obbligato a mettere in campo le misure note per contenere produzione e deficit ai liveli “naturali”: tagli alla spesa pubblica, austerità, svalutazione interna.

Poco importa che brillanti economisti come l’italiano Piero Sraffa abbiano demolito, già decenni fa, i fondamenti teorici di questa regola: il mainstream europeista ha interiorizzato il mito dell’output gap come punta di lancia di una serie di regole cervellotiche e, in un certo senso, autolesionisti. Che i Paesi più svantaggiati nei divari di competitività, Italia in testa, hanno pagato caro.

Negli ultimi anni “i decisori politici di Bruxelles hanno utilizzato stime dell’output gap troppo piccole, suggerendo così che misure fiscali espansive non potessero stimolare l’attività economica senza causare un “surriscaldamento” del mercato del lavoro e dell’economia”. Questa è la tesi dell’economista austriaco Philipp Heimberger, docente dell’Istituto di studi economici internazionali di Vienna e dell’Istituto comprensivo di analisi economica (Johannes Kepler University Linz). Sentito dall’Huffington PostHeimberger ha duramente accusato le mosse dell’Ue nel decennio seguito alla Grande Crisi e alla crisi dei debiti sovrani nei confronti dell’Italia, che era ritenuta intenta a produrre al limite delle proprie capacità produttive e dunque destinata a non poter avere alcun giovamento da politiche economiche espansive, soprattutto dal lato della domanda.

Questa ipotesi è per Hemberger viziata dal pregiudizio tutto nordeuropeo secondo cui Roma abbia vissuto a lungo al di sopra delle proprie possibilità e debba dunque essere interessata da politiche di rigore. Nulla di più sbagliato, secondo lo studioso: “Dal 2012, l’Italia ha costantemente registrato surplus commerciali, esportando più di quanto importa. In altre parole: l’economia italiana consuma meno di quanto produce, quindi semmai vive al di sotto dei suoi mezzi”. La tesi conferma quanto già sostenuto da Hemberger in un’interessante analisi pubblicata su Social Europe e riproposta in italiano dalla giovane e dinamica rivista La Fionda. Nella scorsa primavere Thomas Fricke, editorialista di Der Spiegel, aveva a sua volta smontato i luoghi comuni su Roma, ricordando gli elevati avanzi primari conseguiti dal nostro Paese nell’ultimo ventennio, che al netto degli interessi sul debito consolidato avrebbero dunque portato il Paese a un avanzo di bilancio notevole. E le conseguenze di questa “disciplina” la stiamo pagando in questi anni: i tagli al sistema sociale, l’assenza di investimenti in infrastrutture sempre più deteriorate e, cosa più preoccupante in tempi di pandemia, le sforbiciate lineari al sistema sanitario sono il frutto dell’applicazione certosina e rigorosa del mito del pareggio di bilancio a tutti i costi e del contenimento della spesa pubblica.

Il quadro tracciato da Hemberger sull’attualità delle regole Ue è a tinte fosche e va di pari passo con l’invito della Lagarde a un cambio di passo. In Europa il patto di stabilità è stato sospeso ma non eluso completamente; il Recovery Fund fatica a prender quota ma sarà destinato a essere condizionato da forti richieste di riforme ai Paesi che beneficeranno dei fondi; Germania e Francia sembrano aver capito molto più di Roma che la svolta anti-crisi verrà dallo sdoganamento degli investimenti interni. L’Italia deve capire che una svolta non potrà che partire da una buona e ben ponderata politica economica: ciò di più distante dalle intenzioni dell’attuale governo, che (parola del segretario del Pd Nicola Zingaretti) ha “legato nuovamente il futuro dell’Italia al destino dell’Europa” nel momento in cui questo si faceva più incerto che mai. Più che una rivendicazione, l’uscita di Zingaretti rischia di essere letta, in futuro, come un’auto-denuncia.

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