La Banca centrale europea ha assoluto controllo sulla possibilità di garantire una convergenza degli spread tra i titoli pubblici dei Paesi dell’Eurozona. E lo sviluppo del differenziale tra i diversi titoli interni all’Europa dopo l’entrata in campo del Pandemic Emergency Purchase Program (Pepp) lo conferma.

Si spiega, dopo l’entrata in azione del piano da 750 miliardi dell’Eurotower e la sua pubblicazione sulla gazzetta ufficiale comunitaria, la gravità delle frasi inizialmente pronunciate dalla governatrice Christine Lagarde, che avevano portato a una durissima fiammata dello spread tra i Btp italiani e i Bund tedeschi, valorizzati come bene rifugio. Rifiutandosi di operare come garante della convergenza degli spread la Lagarde ha di fatto ammesso che era pronta ad abdicare ad una funzione naturale della stessa istituzione.

Ci voleva il coronavirus per far capire a tutti che lo spread non è un atto divino o un fenomeno naturale, ma che è determinato in primis dalla Banca centrale europea. Con una certa destrezza e con una notevole gradualità, Mario Draghi aveva infatti legato il suo quantitative easing a un graduale sviluppo dei piani di acquisto di titoli all’interno dell’Eurosistema. Facendo così apparire naturale, quasi fisiologica la convergenza tra i rendimenti di titoli di diversi Paesi. Parliamo di un fenomeno elementare della finanza pubblica: ponendosi come acquirente diretto delle obbligazioni pubbliche dei Paesi la banca centrale ne allevia notevolmente il fattore di rischio, ne riduce dunque il rendimento atteso. Non a caso nella seconda metà del 2018 i rendimenti erano nuovamente esplosi dopo il graduale attenuamento del piano di acquisti dell’Eurotower.

Quando la Lagarde si è corretta in corsa, la situazione è tornata ad equilibrarsi. E infatti nella giornata del 26 marzo gli spread relativi sono in diminuzione in tutta Europa. Un documento legale depositato nella stessa giornata dalla Bce, spiega Rai News, “ha chiarito che per questi acquisti la banca centrale non applicherà i limiti auto-imposti sugli emittenti. In precedenza gli acquisti di bond erano vincolati alla percentuale massima del 33% del debito di ogni Paese”.

La Bce, specie dopo l’inizio dell’era Draghi, si è in particolare rafforzata sotto il quadro della sostenibilità politica della sua azione. Il timing dell’intervento della Bce nell’acquisizione di titoli rimane pienamente discrezionale, e questo dà l’idea della portata della manovra della stessa nel garantire il livello di rendimento dei titoli pubblici e, di conseguenza, lo spread. Un potere di condizionamento garantito dalla capacità dell’Eurotower di decidere, mese per mese, la quota di titoli acquistabile.

Si ha dunque piena comprensione del potenziale di fuoco garantito alla Bce dalle manovre del quantitative easing. Di cui, come più volte ribadito, non solo le borse ma anche le finanze pubbliche dei governi di tutta Europa sono diventate pienamente dipendenti per ottenere una convergenza facile di rendimenti e, di conseguenza, uno “sconto” occulto sul costo di un debito valutato sempre in una moneta straniera per tutti i Paesi dell’Eurozona, con diversi gradi di variabilità. Il fatto che in entrambi i versi il Qe non sia arrivato all’economia reale ha reso problematica sul lungo periodo la sua sostenibilità: le scelte di Draghi avevano però una ratio che nemmeno la Lagarde, con le sue goffe uscite ha potuto minare. E ora si riprende con l’ottovolante della convergenza degli spread: sarà al tempo stesso importante capire la sostenibilità sul lungo periodo della riduzione dei tassi di sconto in attesa delle politiche fiscali dei singoli governi nazionali.