Negli ultimi mesi la Banca centrale europea sta accelerando test e sviluppi per le sue proposte sulla creazione di un “euro digitale”. Una versione di valuta complementare all’euro fisico capace di creare un sistema di pagamenti addizionale nel contesto dell’eurosistema, che  il membro italiano del Consiglio direttivo della Bce, Fabio Panettain un discorso tenuto il 27 novembre presso la Bundesbank, ha ritenuto un prodotto necessario per la difesa della privacy dei consumatori e ridurre notevolmente i costi per le transazioni di capitale nel contesto europeo.

La Bce, sul suo sito, ci ha tenuto apertamente a precisare che la sua nuova moneta non è una criptovaluta, e in questa sede spiegheremo perché tale affermazione è da ritenersi corretta. Cercando al contempo di sfatare la sovrapposizione, troppo spesso semplicisticamente ripetuta, che equipara a “criptovalute” tutte le forme digitali di pagamento.

L’euro digitale si strutturerà come una forma di Central bank digital curreny (Cbdc), ovvero una valuta che conserva le funzioni fondamentali (unità di conto, mezzo di scambio e pagamento, riserva di valore) permettendo al massimo una loro separazione e ricombinazione. Una criptovaluta, invece, non garantisce tutte queste funzioni. Le criptovalute non sono, tecnicamente parlando, forme valutarie, cioè monete tout court. Semmai, si tratta di asset digitali divisi in unità predefinite il registro delle quali e della cui proprietà esiste sotto forma di database computerizzati protetti dalla tecnologia blockchain. Una criptovaluta può essere unità di conto in un sistema che la usa come punto di riferimento e venir sfruttata come mezzo di scambio (dal bitcoin al dogecoin è successo per diverse criptovalute), ma non è mai riserva di valore. Rappresentando un prodotto oggetto di dinamiche di investimento, una criptovaluta soggetta a una forte fluttuazione nel suo valore è piuttosto assimilabile a un titolo obbligazionario anche nella sua forma meno speculativa, la stablecoin.

La criptovaluta tipo può “rappresentare” un valore, mai garantirlo. La Cbdc invece ne mantiene il fondamentale sottostante, garanzia di stabilità, per quanto nei principali progetti in materia, come quello dell’euro digitale, essa sia tutt’altro che incentivata. “Proprio perché le funzioni devono essere messe assieme, la moneta è innanzitutto un’istituzione. A seconda di come le compagina, essa può cambiare di significato, economicamente, politicamente e socialmente”, ha scritto su Econopoly il docente della Bocconi Massimo Amato. Amato, tra i massimi studiosi delle Cbdc in Italia, ha sottolineato che nei principali progetti di euro digitale la funzione di riserva di valore è garantita ma non incentivata, citando ad esempio quello di Ulrich Bindseil, direttore generale della divisione “Infrastrutture di mercato e pagamenti” della Bce.

Bindsell “ha proposto un sistema a due livelli (two-tier) per la Cbdc. Nel primo si potrebbero detenere CBDC fino a un tetto massimo, con un tasso di interesse relativamente attraente. Superato il limite, scatterebbe una remunerazione negativa, per scoraggiare l’utilizzo di Cbdc come riserva di valore. Lo scopo esplicitamente dichiarato è stimolare l’uso di Cbdc come mezzo di pagamento”. Si va di conseguenza nella direzione che Panetta ha indicato: la costruzione di un’infrastruttura di pagamento complementare a quella fisica e dei circuiti ordinari che permetta un sicuro e continuo flusso informativo e la protezione dei dati sensibili degli utenti.

Uno strumento, dunque, che mira a fornire un’alternativa europea a quella che Panetta, Bindsell e altri esponenti dell’Eurotower ritengono una minaccia: la diffusione massiccia di strumenti di pagamento legati a doppio filo alle multinazionali a stelle e strisce. La percezione è che se non saranno adeguatamente regolamentate, le Big Tech possono provocare rischi notevoli sul profilo della sicurezza economica e sociale con l’abuso dei dati degli utenti ottenuti attraverso le piattaforme di pagamento. Potendo in quesot modo limitare, piuttosto che espandere, la scelta dei consumatori, ridotti a “miniere” di dati da sfruttare. Un progetto che si salda dunque con i discorsi sull’autonomia tecnologica europea ed è molto più profonda del mercato deregolamentato delle criptovalute, oggetto di continue fiammate speculative.

Il Sussidiario nota che un “non detto” nel processo di avvicinamento all’emissione di una Cbdc ad opera della Bce, ovvero dell’avvio della possibilità di creare veri e propri “conti” presso ‘Eurotower di valuta smaterializzata per cittadini, imprese e istituzioni finanziarie, possa essere la volontà di Francoforte di combattere l’evasione fiscale nel Vecchio Continente: “le ultime stime dell’evasione fiscale nell’Ue indicano una cifra di circa 825 miliardi di euro all’anno” e in questo contesto l’utilizzo della Cbdc come piattaforma di pagamento garantirebbe una più efficace tracciabilità delle transazioni. Forse su questo punto di vista è troppo presto per capire se l’intuizione è corretta, dato che il tema dell’evasione fiscale è tutto fuorché un monolite risolvibile con soluzioni univoche e valide su ogni fronte, distribuendosi dalla somma dell’evasione di cittadini e imprese ai ben più pesanti e complessi fenomeni di elusione cavalcati dai paradisi fiscali interni all’Ue. Ma il fatto stesso che si parli delle prospettive dell’euro digitale in tal senso aiuta a capire la proiezione strategica delle Cbdc. Il cui ruolo è lontano anni luce dalla semplicistica natura di prodotto di “scommessa” delle criptovalute.