La capitalizzazione mondiale delle borse ha visto il suo valore lievitare di circa 5mila miliardi di dollari da agosto in poi, complice la distensione della guerra commerciale Cina-Usa e il ritorno del “quantitative easing globale” che ha portato le banche centrali nuovamente nella partita.

Lasciando l’Eurotower di Francoforte Mario Draghi ha passato a Christine Lagarde il testimone di un nuovo quantitative easing da 20 miliardi di euro all’anno che ha dimostrato la validità del teorema interiorizzato dai mercati dopo la cataclismatica ritirata di fine 2018. Il combinato disposto di denaro a basso costo, politica tollerante da parte delle banche centrali e inflazione finanziaria non sembra destinato a essere scardinato nel breve periodo, nonostante le criticità e i rischi che esso porta con sé.

Per i mercati appare plausibile una nuova fase di vacche grasse, nonostante la consapevolezza di camminare su un crinale sottile e cedevole. Stretto tra la Scilla dello scoppio di una bolla inflativa palese e la Cariddi della recessione dell’economia reale che, specie nei Paesi occidentali, appare tutt’altro che scongiurata. Ma la finanza segue “logiche” proprie e pensa in grande. I mercati sono tornati a inflazionarsi, riassorbendo i danni incassati nella seconda metà del 2018 e ritornando sopra una capitalizzazione complessiva di 80mila miliardi di dollari, arrivando a pensare addirittura, nel medio periodo, allo sfondamento della capitalizzazione massima di tutti i tempi, toccata a quota 87.290 miliardi il 28 gennaio 2018.

Molti listini si avvicinano al massimale storico, tra cui l’inglese Ftse 100 di Londra e il tedesco Dax di Francoforte, che rispettivamente a maggio e gennaio 2018 hanno toccato i massimi risultati della loro storia nonostante il rischio Brexit e la stagnazione produttiva tedesca. Alla City manca ancora un 7% per recuperare dalla buriana di fine 2018, in cui i mercati hanno rischiato seriamente l’osso del collo, alla capitale finanziaria tedesca solo il 2%. I bassi tassi di sconto hanno progressivamente eroso il rendimento di numerosi prodotti d’investimento, e così progressivamente, fa notare Il Sole 24 Ore, “gli investitori hanno spostato la liquidità dai beni rifugio verso le classi di investimento più remunerative, ovvero le azioni. Tanto che Wall Street ha aggiornato su tutti i tre principali indici i massimi storici”.

Piazza Affari è estremamente lontana (110%) dal massimale di 50.108 punti raggiunto nel marzo 2000, nel pieno dell’era del doping dell’economia digitale, ma da inizio anno a questa parte è stata la borsa che ha fatto registrare il migliore risultato, con un significativo +30%.

La corsa delle borse è impetuosa, tracotante e, a tratti, incosciente. In Occidente c’è separazione netta tra la corsa dei mercati e l’affanno dell’economia reale, incagliata per la mancanza di politiche a sostegno di occupazione, crescita, sviluppo reale. Recentemente, intervistato dall’Agi, il presidente dell’italiana Consob, il professor Paolo Savona, ha ricordato come per l’economia mondiale sia ancora palese il rischio di un “cigno nero”: la scissione tra i due piani e la loro contemporanea interdipendenza rende possibile, di fronte a una perturbazione in un campo, una slavina sistemica di ampia portata. Il Qe globale e la dipendenza dei mercati dai tassi bassi hanno creato una vasta gamma di imprese dipendenti dal percorso tracciato, dopate dal finanziamento a basso costo e dall’ampliamento del valore azionario per coprire le sofferenze nella produzione e nello sviluppo di investimenti e strategie di crescita. Anche se batteranno i record azionari delle borse, i mercati finanziari non possono dimenticare questa spada di Damocle.