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Nell’ultimo decennio l’Unione europea si è cimentata del difficile compito di riassorbire i colpi inflitti al Vecchio Continente dalla Grande Recessione e dalle sue dirette conseguenze. Si è trattato di un compito difficile, un processo costellato di scelte erronee, come la difesa a spada tratta delle misure di austerità, di casi da manuale di mala gestio di una crisi economica nazionale (Grecia) e di turbolenze nelle principali economie europee, con Paesi come l’Italia che ancora devono riassorbire completamente gli effetti macroeconomici della crisi.

Ciononostante l’Europa non è, in fin dei conti, affondata. In parte le motivazioni sono riscontrabili nel cambio di passo elaborato tra il 2012 e il 2015, che ha portato al superamento del dogma dell’austerità a tutti i costi e allo sdoganamento del quantitative easing di Mario Draghi, che sul piano tattico ha contribuito a salvare l’euro e l’Unione dalle loro contraddizioni e asimmetrie interne, senza tuttavia consolidarlo strategicamente. Il Qe di Draghi, in fin dei conti, non ha spostato volumi decisivi in materia di crescita macroeconomica. Le ragioni sono da ricercare, in particolar modo, nella solidità dei singoli Paesi dell’area europea, che ha consentito loro di resistere anche a anni di crisi e di scelte politiche in gran parte erronee.

Riccardo Sorrentino del Sole 24 Ore ha presentato sul suo quotidiano una serie di grafici confrontanti Unione europea, Stati Uniti e Giappone sotto il profilo delle dinamiche occupazionali, retributive e fiscali dal 2000 a oggi. L’Unione europea, da inizio secolo a oggi, ha conosciuto un maggior incremento percentuale nell’occupazione rispetto a Washington e Tokyo, mentre si posiziona in maniera intermedia tra la prima e la seconda per la crescita salariale. Ma nessuno di questi dati, nemmeno in aggregato, porta a riferire meriti di qualsiasi natura alle politiche comunitarie, anzi. Ad esempio, sotto il profilo salariale, i Paesi dell’area euro hanno conosciuto una crescita inferiore agli altri membri Ue.

I dati riportati da Sorrentino sono la somma delle statistiche nazionali riguardanti Paesi che, per vari motivi, sono riusciti a resistere o a non andare a fondo. Più dell’Unione europea in quanto struttura e “burocrazia senza Stato”, per usare la calzante espressione di Lucio Caracciolo, è stato il mercato comune ad essa preesistente a facilitare la crescita di Paesi in larga parte esterni all’area euro, come Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca, che si sono agganciati alla catena del valore tedesca. Quel che i dati di Sorrentino non raccontano è invece l’aumento delle disuguaglianze, delle fratture tra centro e periferia e della divergenza nelle opportunità tra i settori a più alto valore aggiunto (e tasso d’innovazione) e quelli destinati al superamento con la transizione economica. Tanto che perfino il “cuore dell’impero”, la Germania di Angela Merkel, comincia a patire per la crescita della povertà, dell’incertezza economica e del numero di working poors.

Le statistiche non sono tutto. L’Unione europea paga politicamente la fedeltà istituzionale al modello di competizione che ha finito per incentivare le asimmetrie interne e le faglie tra “vincenti” e “perdenti” dell’integrazione, senza al contempo risolverne il problema di identità di fronte al resto del mondo. L’Unione europea non è soggetto geopolitico, è di gran lunga più debole della somma delle nazioni che la compongono, non riesce a coprire le potenzialità che l’euro, moneta asimmetrica e a tratti schizofrenica per il Vecchio Continente, è riuscito ad accumulare al di fuori dell’Europa, conquistandosi un ruolo come valuta di riserva che riflette la natura dell’Unione di primo mercato del mondo. Le singole economie europee possono presentare uno stato di salute mediamente accettabile, ma la contraddizione principale è tra la pretesa che il ragionamento economicista, basato unicamente su dati riguardanti Pil, occupazione e commercio, possa esaurire il discorso sul ruolo di una nazione e un’organizzazione nel mondo e la realtà di un mondo globale in cui la competizione tra Stati nazionali è più forte che mai e in cui i Paesi europei pagano, più che beneficiare, la scarsa consistenza politica di Bruxelles. Frenando lo sviluppo delle potenzialità di quei Paesi che nell’Unione si trovano, molto spesso, in seconda fila: e il riferimento all’Italia, qua, è inevitabile.