Negli ultimi anni l’importanza geopolitica della Groenlandia è cresciuta notevolmente per almeno due ragioni: da un lato, la possibilità di nuove rotte commerciali con la “complicità” dello scioglimento dei ghiacci; dall’altro, la grande disponibilità di giacimenti di rame, zinco, piombo, minerale di ferro, nichel, titanio, cobalto, oro, pietre preziose, metalli del gruppo del platino, molti dei quali fondamentali per la quarta rivoluzione industriale.

Una Eldorado di ghiaccio che diventa nuovo teatro di scontro tra Stati Uniti e Cina: se Pechino ha, infatti, messo già le mani su numerosi giacimenti, Washington guarda con sempre maggiore interesse all’isola più grande del mondo, tanto da indurre l’ex presidente Trump a dichiarare l’interesse americano ad acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, di cui è territorio d’oltremare. Nel 2008, tra l’altro, lo US Geological Survey (USGS) stimò, inoltre, che i tre principali bacini al largo della Groenlandia potrebbero produrre fino a 52 miliardi di barili di petrolio. E ancora, uno studio del 2015 rilevò che la Groenlandia potrebbe produrre energia idroelettrica sufficiente per soddisfare le proprie esigenze ed esportare il surplus.

Ma sono soprattutto i cosiddetti minerali di “terre rare” a far puntare i riflettori sull’antica “terra verde”. L’Unione internazionale di chimica pura e applicata (IUPAC) li identifica in un gruppo di 17 elementi chimici della tavola periodica, precisamente scandio, ittrio e i lantanoidi. Scandio e ittrio sono considerati “terre rare” poiché generalmente si trovano negli stessi depositi minerari dei lantanoidi e possiedono proprietà chimiche simili. Le terre rare sono più difficili da estrarre rispetto alle equivalenti fonti dei metalli di transizione, rendendole relativamente costose, anche per via di un lungo e inquinate processo di lavorazione. Fibra ottica, veicoli ibridi, superconduttori, laser, warfare, satelliti, sono solo alcune delle tecnologie che, oggi, rendono le terre rare fondamentali per l’industria moderna, soprattutto quella legata alla Difesa, energie rinnovabili e hi-tech.

Le elezioni in Groenlandia: perché sono importanti?

Per effetto di un referendum tenutosi nel 2008, la Groenlandia ha visto riconoscersi importanti prerogative in tema di gestione delle proprie risorse: fino ad allora, infatti, l’isola aveva goduto di un regime autonomo legato esclusivamente a sanità, scuola e ai servizi sociali. Il6 aprile, la Groenlandia è chiamata al voto per eleggere un nuovo Parlamento e un nuovo governo: quello che però rende queste elezioni speciali è la sequela di riflessi geopolitici che i risultati avranno. Il prossimo governo groenlandese, infatti, sceglierà se permettere o meno lo sfruttamento minerario del monte Kuannersuit (Kvanefjeld), che risulterebbe essere il secondo più grande giacimento di metalli rari al mondo, e la quinta più grande riserva di uranio.

Questo progetto minerario nelle terre rare vicino a Narsaq, nel sud della Groenlandia, ha diviso il sistema politico per più di un decennio ed è di importanza significativa per l’industria mineraria globale. Greenland Minerals, una società australiana, possiede il sito e la cinese Shenghe Resources è il suo maggiore azionista. Secondo la società, questo sito ha “il potenziale per diventare il più importante produttore occidentale nelle terre rare”. La decisione di dare il via libera alla miniera è stata una delle ragioni per cui sono state indette elezioni anticipate: alla fine di novembre, il primo ministro Kim Kielsen, che ha aperto la strada all’approvazione preliminare del piano della Greenland Minerals, ha perso la guida del Partito socialdemocratico (Siumut, al governo quasi ininterrottamente dal 1979) contro un ex ministro del suo governo, Erik Jensen. Ma quando Jensen si è mostrato scettico circa il progetto, il Partito democratico ha lasciato il governo e Kielsen ha perso la maggioranza. Il più grande partito di opposizione, Inuit Ataqatigiit (Comunità del Popolo), dato per favorito nei sondaggi, ha promesso di non concedere la licenza mineraria alla società australiana, soprattutto per via delle attività estrattive che riguarderebbero uranio e torio, sottoprodotti radioattivi.

L’isola, dunque, si spacca non solo sulla miniera ma sul modo di intendere il proprio futuro: in molti, infatti, rifiutano l’idea della monocultura della pesca, che oggi costituisce più del 90% dell’economia groenlandese; la compagnia mineraria, invece, prometterebbe alla Groenlandia 1,5 miliardi di corone danesi (240 milioni di dollari) all’anno per i 37 anni durante i quali gestirebbero il sito di Kvanefjeld, movimentando l’economia locale e offrendo quasi mille posti di lavoro. A quale prezzo, però, solo i posteri potrebbero saperlo.

Le mire cinesi

Dal punto di vista della distribuzione mondiale, fino al 1948 la maggior parte delle terre rare del mondo provenivano dai depositi di sabbia in India e Brasile. Durante gli anni Cinquanta il Sudafrica ne divenne la principale fonte che, assieme alla California, dominarono il mercato tra il 1965 e il 1985;  dopo il 1985 circa si impose sempre maggiormente la Cina, che produce oggi oltre il 95% della fornitura mondiale di terre rare: un elemento che tiene gli Stati Uniti sotto lo scacco di Pechino nella nuova Guerra Fredda.

La “febbre” groenlandese di Pechino trova una prima ragion d’essere nella possibilità di aprire nuove rotte commerciali all’insegna di una Polar Silk Road: sulla tratta Shangai-Rotterdam, ad esempio, si risparmierebbero ben due settimane, oltre ad evitare Suez; navi appartenenti alla cinese COSCO Shipping utilizzano la Northern Sea Route dal 2013. La Cina, inoltre, ha perseguito attivamente opportunità di investimento in aeroporti, porti e infrastrutture di ricerca (spesso osteggiati da Stati Uniti e dal governo), nonché nei settori minerario ed energetico.

Come sottolinea il report della Polar Research and Policy Initiative, aziende cinesi, come Shenghe Resources Holding Co Ltd, China Non-Ferrus Metal Industry’s Foreign Engineering and Construction Co Ltd (NFC) e China National Nuclear Corporation (CNNC), hanno interessi in Groenlandia. Nel settore energetico, due major petrolifere cinesi – China National Petroleum Corporation (CNPC) e China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) – si sono esposti con offerte sul petrolio e il gas della Groenlandia negli ultimi mesi. Questi fattori spiegano perché la Groenlandia ha attratto i più alti livelli di investimenti diretti cinesi (in percentuale del PIL) di tutti i paesi artici.