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Mentre l’ipotesi di un’acquisizione di Monte dei Paschi di Siena ad opera di Unicredit sembra destinata a tramontare dopo la burrascosa crisi borsistica del gruppo di Piazza Gae Aulenti seguita all’annuncio di rinuncia a un secondo mandato da parte dell’ad Jean Pierre Mustier, nella politica e nei salotti finanziari si studiano nuove soluzioni per risolvere i complicati dossier bancari del Paese. Che sono molti ed estremamente delicati.

Laura Castelli, viceministro pentastellato dell’Economia, è considerata l’alfiere principali di una proposta alternativa che ha come primo ideatore il segretario della Fabi, Lando Maria Sileoni, il quale per evitare una “macelleria sociale” si è spinto ad auspicare il matrimonio di Mps con altre due banche in difficoltà, Carige e Popolare di Bari, su cui lo Stato è dovuto più volte intervenire per evitarne il dissesto.

Come noto, Mps vede come primo azionista al suo interno lo Stato italiano, che possiede oltre il 68% della quota ma si è impegnato a rimettere sul mercato e privatizzare nuovamente il Monte, entrato in dissesto tra il 2015 e il 2016, entro fine 2021; Carigetra i principali istituti di Genova e della Liguria, e Popolare di Bari hanno avuto necessità di sostegni miliardari dal Fondo Interbancario di Tutela Depositi dopo esser entrate in crisi tra fine 2018 e il 2019. Ora, il proposito della Fabi e di alcuni settori pentastellati è di far fare sistema a queste tre banche per poter cogliere due piccioni con una fava: ridurre l’esposizione pubblica nel contesto delle parti più vulnerabili del sistema finanziario e cercare un’alternativa all’aggregazione di Mps con una delle banche maggiori d’Italia, per di più destinata ad avere come prossimo presidente quel Piercarlo Padoan che, pur essendo esponente dell’alleato Pdi grillini hanno contestato da Ministro dell’Economia dei governi Letta e Gentiloni per la sua gestione della crisi bancaria toscana.

E quindi, in una fase in cui in Italia si è aperto un frizzante periodo di corsa alle aggregazioni bancarie, Intesa ha perfezionato il “colpo” Ubi e attorno, dalle manovre della filiale italiana di Credit Agricole in giù, le fusioni potrebbero in futuro moltiplicarsi è sorta una proposta con cui lo Stato potrebbe coalizzare in un gruppo unico i tre maggiori istituti che hanno gravato sul suo bilancio e hanno rappresentato altrettanti problemi politici nell’ultimo anno. I pentastellati, in questo contesto, mirano a evitare la privatizzazione di Mps e  a perfezionare, come sottolinea StartMag, “una fusione che in un secondo momento potrebbe confluire in una banca più grande, e della quale il Ministero dell’Economia e delle Finanze non venderebbe le quote ma si diluirebbe restando socio di maggioranza. Questa opzione garantirebbe la sopravvivenza di Mps (su cui pesano oltre 10 miliardi di potenziali richieste danni per cause legali) in mani pubbliche”.

L’aggregazione non convince tuttavia per un’ampia serie di ragioni. In primo luogo, appare palese la volontà di creare una soluzione “di laboratorio” per scaricare governo e autorità da tre dossier che hanno cause e ripercussioni finanziarie, politiche e, nel caso Mps, giudiziarie diverse e dovute a fattori bene eterogenei.

In secondo luogo, è utile sottolineare che Andrea Enria, capo della vigilanza bancaria Bce, ha sì chiamato le banche europee a un aumento dei processi di consolidamento e rafforzamento per valorizzare i patrimoni e le prospettive reddituali degli istituti in una fase di basse possibilità di profitti operativi e grande incertezza, ma parafrasando le ordinarie regole dell’aritmetica in finanza è bene ricordare che il prodotto di tre fattori negativi è, a sua volta negativo. Ovvero, in altre parole, unire banche vulnerabili, prive di piani strategici di consolidamento, prospettive di investimento e sicurezza patrimoniale, pensando che la somma delle debolezze possa essere una maggiore resistenza alla buriana delle prossime crisi è totalmente illusorio. Il caso del fallito processo di fusione di Deutsche Bank e Commerzbank in quello che è stato definito un “colosso del debito” tedesco deve essere un monito importante.

Infine, la strumentalità del sostegno M5S alla proposta di Sileoni apre a discussioni circa la sua possibile strumentalizzazione politica, dato che le tre banche in questione coprono rispettivamente una storica roccaforte della sinistra (la provincia di Siena), uno dei territori del Nord in cui il Movimento è stato più votato nelle ultime elezioni politiche (la Liguria) e una regione del Sud in cui si fanno le prove della cooperazione giallorossa a livello locale (la Puglia). Aree sensibili e estremamente eterogenee, ma in cui il rischio conflitto di interessi è notevole. Già non è passato inosservato a molti che Pier Carlo Padoan, dopo aver salvato MPs con fondi pubblici da ministro dell’Economia, sia stato paracadutato dal Pd per conquistare il collegio uninominale della Camera nella città toscana per poi andare a Unicredit a trattare il possibile passaggio del Monte sotto la tutela di Piazza Gae Aulenti.

Quante “porte girevoli” del genere dovremmo aspettarci in caso di triangolazione Mps-Carige-Popolare di Bari? La manovra già di suo non sta in piedi sul piano finanziario, ma i dubbi politici la rendono oltremodo sconsigliabile. E segnalano una grande ipocrisia pentastellata: il Movimento, cresciuto anche attaccando, spesso con toni eccessivi, Matteo Renzi e Maria Elena Boschi per quelli che erano ritenuti legami personali e conflitti d’interesse sul dossier delle banche toscane (senza, è doveroso dirlo, che i due attuali esponenti di Italia Viva siano mai stati toccati da inchieste penali sul tema) dimostrano una dose di cinismo politico certamente non inferiore. E una scarsa attenzione alle reali necessità di banche il cui rilancio è cruciale per i territori in cui hanno a lungo operato.