La Federal Reserve ha voluto dare a tutti gli attori economico-finanziari statunitensi e all’amministrazione Trump tutto e subito. Giù il tasso d’interesse obiettivo fino alla soglia tra 0 e 0,25%; inizio di un nuovo programma di stimolo economico ai mercati che partirà con un’iniezione da 700 miliardi di dollari ma potrebbe espandersi ulteriormente; annunciate nuove misure per cercare di stabilizzare e regolare l’attuale fase di turbolenze.

Tutto questo non ha sortito, in prima battuta, effetti positivi sugli andamenti della borsa, sembrando quasi catalizzare una reazione opposta. Basta vedere i dati dei mercati del 16 marzo: un bagno di sangue per Wall Street.  Il Dow Jones scende del 9,7% a 20.935 punti, lo S&P va giù dell’8,14% a 2.490 punti e il Nasdaq perde il 6,12% a 7.392 punti.

Dopo undici anni di corsa del “toro” i mercati sono pienamente entrati in fase “orso”, nella piena del ribasso. La crisi del coronavirus e il crollo del prezzo del petrolio scoperchiano il vaso di Pandora dei mercati dopati dal quantitative easing globale, mostrandone tutti i limiti: lo scollamento tra economia reale e finanza, l’eccessiva dilatazione dei listini, l’accumulazione di titoli rischiosi (derivati in primis) nel sistema. Questi problemi hanno la loro summa nella corsa folle di Wall Street, che nel primo triennio targato Donald Trump è stata incentivata a colpi di sconti fiscali e incentivi a una politica monetaria accomodante.

A tutto rischio dell’amministrazione e per la maggiore disperazione della Fed, ora questo mix è andato in piena crisi. Il bazooka delle banche centrali, infatti, non ha praticamente più munizioni e l’annuncio di nuove misure da parte della Fed non può più essere risolutivo. Per un triplice ordine di fattori:

  • In primo luogo, la crisi recessiva da coronavirus si trasmette come shock dell’economia reale, sia lato domanda che lato offerta, su cui la politica delle banche centrali non può intervenire.
  • Essa impatta sui mercati finanziari proprio perchè si sono venute a creare le condizioni ideali per un’esplosione della bolla alimentata da anni di Qe: titoli sopravvalutati, elevata liquidità degli indici, aumento della volatilità.
  • Scoppiando, la crisi dei mercati scopre proprio le inefficienze del modello che ora la Fed intende salvare con le stesse manovre del recente passato. Iniezioni massicce di liquidità nella speranza di dilatare nuovamente i listini rischiano di risultare inefficaci e, sul medio periodo, una correzione degli indici su livelli più sostenibili potrebbe essere addirittura salutare. L’importante è evitare schianti o fallimenti di banche e istituzioni finanziarie come nel 2008.

L’amministrazione Trump dovrà necessariamente prendere in mano le redini della politica economica e agire sull’economia reale. Non v’è altra soluzione: è inoltre cruciale ammettere che giudicare i risultati delle borse come un qualcosa di avulso dal resto dell’economia è stata per anni per gli Usa una scelta rischiosa. La finanza ha le sue fasi di crescita e dilatazione come i cicli di contrazione, e negare l’esistenza di questa seconda realtà ha fatto pensare gli operatori che con il denaro facile della Fed fosse iniziato un Carnevale senza fine.

La Fed, per operare efficacemente con la liquidità, dovrebbe passare a stimoli più mirati per la crescita e lo sviluppo, non a un’indistinta crescita del livello di base monetaria in circolo. Risulterà fondamentale, dunque, capire che politiche saranno messe in campo dalla presidenza e dal Congresso per affrontare l’emergenza sanitaria, promuovere la crescita e difendere l’occupazione. Su di esse, ma non prima, la Fed potrà agire in maniera efficace.

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