Nel caso di una recessione globale dovuta all’espansione dell’epidemia di coronavirus nel mondo l’economia planetaria si troverebbe di fronte a una situazione problematica e, per certi versi, inaudita. La crisi, che in questo caso rispetto al 2007-2008 si è propagata da un’economia reale fiaccata dalle tensioni globali a una finanza sovradimensionata e duramente colpita nelle prime settimane di sommovimenti borsistici, non si è sino ad ora espressa in tutta la sua forza. Per ora abbiamo assistito ad un intenso aumento della volatilità che è stata dovuta all’incremento dell’incertezza sulla durata e la viralità del contagio e sulla manifestazione dei primi impatti, difficili da quantificare, sulla produzione e il commercio a livello mondiale.

La questione centrale è che il contesto odierno non sembra lasciar prevedere una pronta ripresa e, anzi, al conto è da aggiungere la guerra dei prezzi del petrolio tra Arabia Saudita e Russia, che aggiunge incertezza e instabilità.

Non è ancora detto se il contagio si cronicizzerà in una malattia economica di lungo periodo o se si concretizzerà in una batosta di breve termine. Alcune variabili, come l’espansione del contagio nelle sviluppate aree dell’Europa e degli Stati Uniti dopo che la Cina e la Corea del Sud sono riuscite a venirne a capo e l’Italia ha applicato le misure più drastiche messe in campo in Occidente, sono difficili da prevedere. Così come è da valutare la prontezza politica nella risposta a una recessione industriale, commerciale e finanziaria dovuto, all’inizio, a uno shock nella domanda aggregata.

Come fa notare The Atlantic“il coronavirus non sta solo inaridendo la domanda. L’epidemia ha anche condotto alla carenza di farmaci, prodotti chimici industriali, materiale medico e beni di consumo come i telefonini nel momento in cui la chiusura degli impianti in Cina ha destabilizzato le catene commerciali globali. Anche l’offerta di lavoro è sempre più carente, a causa del fatto che molti lavoratori sono costretti a stare in casa”. Standard & Poors, in un’analisi, ha sottolineato che la combinazione degli effetti sulla domanda e sull’offerta con la tempesta finanziaria può avere effetti duri.

La risposta a un’eventuale nuova recessione globale o comunque a un crollo della crescita mondiale, già pronosticata da organizzazioni come l’Ocse, non potrà essere in ogni caso basata in maniera primaria, come nel recente passato, sullo stimolo monetario ai mercati da parte delle banche centrali. Enti come la Fed e la Bce hanno esaurito buona parte delle cartucce a disposizione: in Europa, sarebbe ora di riconsiderare la proposta di chi, come il politologo Roberto Marchesi, proponeva un riorientamento del quantitative easing a favore del lavoro e dell’economia reale. Già nel 2018 Marchesi, in un editoriale pubblicato sul Fatto Quotidiano, sottolineava che per la Bce fosse giunta l’ora di “intervenire a sostegno delle imprese e contro la disoccupazione con un Qe mirato a questo scopo invece che a quello più generale di sostenere la liquidità monetaria, ora meno necessario ma di cui hanno beneficiato molto di più le banche che le aziende (e per niente i lavoratori)”. Il nuovo stimolo messo in campo dall’Eurotower non ha, in seguito, avuto nessuna di queste caratteristiche.

Al tempo stesso, negli States la Fed di New York ha immesso 180 miliardi di dollari e tagliato i tassi di sconto, senza però frenare l’altalena borsistica che si è prodotta. Ora più che mai l’amministrazione Trump è chiamata un’opera di grande respiro col passaggio allo stimolo di politica fiscale. L’anno elettorale e la polarizzazione congressuale rende difficile un accordo tra Repubblicani e Democratici, ma vi sono parti del programma di Trump non ancora applicate, come il piano infrastrutturale da mille miliardi di dollari, che ora potrebbero trovare applicazione come svolta anti-ciclica.

La partita è ancora aperta e la risoluzione non sembra imminente: capire la portata effettiva del virus è fondamentale per modulare misure di risposta che dovranno essere, in ogni caso, imponenti.

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