Berlino è scesa in campo con una mossa di manovra economica con pochi eguali nella recente storia dell’economia europea per far fronte al rischio, serio, di una dura recessione economica legata all’emergenza coronavirus.

L’austerità e il rigore dei conti? Vanno bene per gli altri, in momenti di crisi Berlino si muove. E il governo di Angela Merkel ha nella manica un asso pronto a essere calato per fronteggiare l’eventuale tempesta economica che si verrebbe a creare per l’espansione del contagio virale. Un’istituzione che, grazie a un trucco legale e “contabile”, ovvero la classificazione come ente pubblico, è esterna al bilancio dello Stato ma opera sostanzialmente come suo braccio. Stiamo parlando della KfW, la grande banca per lo sviluppo tedesca posseduta all’80% dallo Stato e al 20% dai Länder.

La Kreditanstalt für Wiederaufbau (lstituto di Credito per la Ricostruzione), nata dopo la seconda guerra mondiale per gestire i finanziamenti del Piano Marshall, è oggi utilizzata dallo Stato tedesco per canalizzare investimenti e politiche strategiche di ampio respiro sottraendole al peso sul bilancio pubblico.

Come scrive Il Fatto Quotidiano, negli anni “la KfW è diventata la più grande banca pubblica per lo sviluppo al mondo e gestisce asset per 500 miliardi di euro”. Formalmente un’istituzione simile alla nostra Cassa Depositi e Prestiti, ha in certi versi, per la pervasività nell’economia, delle assonanze con l’Iri. Tra i suoi settori di pertinenza vi sono lo sviluppo delle reti energetiche, la transizione green, gli investimenti infrastrutturali, i crediti all’export e i crediti alle imprese, specie le Pmi. Praticamente il pacchetto di misure, specie l’ultimo punto, che la Merkel ha annunciato in funzione anti-crisi.

Il diavolo sta nei dettagli. Formalmente la KfW “non è un’istituzione bancaria, ma un ente pubblico. È semplicemente azionista della KfW Ipex-Bank, che svolge attività bancaria ma non supera la soglia dei 30 miliardi: per questo motivo è esentata dalla vigilanza della Bce, non deve sottostare ai requisiti di capitale e alle regole dell’Unione bancaria”. Risulta incredibile pensare come nonostante la dotazione di un’arma strategica tanto forte per anni Berlino abbia continuato a vivacchiare sostenendo l’austerità economica e la devalutazione interna del fattore lavoro in nome della tutela del suo modello iper-export.

Se la crisi scoppierà, dunque, il governo di Berlino fornirà le dovute garanzie pubbliche alle imprese che richiederanno linee di credito alla Kfw. Attualmente la Germania può garantire prestiti per 460 miliardi di euro, risultando però in grado di aumentare la quota di altri 93 miliardi. Lo strumento delle garanzie è stato già messo in campo dalla Germania ai tempi della Grande Crisi bancaria iniziata nel 2007-2008: secondo Il Sole 24 Ore, “una carta vincente perchè, quando non escusse, le garanzie non rientrano nel calcolo del debito pubblico”.

Berlino ha gli strumenti per scendere in campo e li adopera quando sono resi necessari da eventi incontrollabili. La determinazione della Germania nell’affrontare la crisi economica in avvicinamento surclassa quella di altri Paesi europei, ma ci si chiede perché mai in passato Berlino abbia deciso di rompere la linea rovinosa dell’austerità. Scegliendo solo adesso di entrare in campo in maniera più decisa e operosa. L’intera Europa si sarebbe ritrovata più tonica e vigorosa di fronte a una crisi sistemica se Berlino, che sul lato bancario continentale non riduce la sua posizione di falco del rigore, avesse dato ascolto alla voce di studiosi, economisti e politici che chiedevano una svolta. Finita la fase emergenziale, per la Germania sarà difficile tornare allo status quo precedente senza rivelare le grandi ipocrisie seguite fino ad ora.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME