Perché La corsa senza fine dell’export cinese può travolgere il mondo

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

La Cina ha segnato un nuovo record di export: il surplus da gennaio a novembre 2025 è stato di 1.076 miliardi di dollari, per la prima volta oltre la soglia materiale e psicologica del trilione. Un dato colossale che mostra le dinamiche complesse del mondo globalizzato in cui Pechino si muove.

La Cina conquista i mercati globali

In primo luogo, segnala quanto la Cina sia ormai entrata in una fase sistemica di esportazioni ad alto valore aggiunto. Gli osservatori più attenti avevano dimenticato da tempo il mito del Made in China come sinonimo di prodotti a basso valore aggiunto e, cosa più importante, qualità scadente. “Il surplus di merci della Cina nei primi 11 mesi del 2025 è aumentato del 21,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso”, nota Al Jazeera, spiegando che “gran parte di questa impennata è stata trainata dalla forte crescita dei beni ad alta tecnologia, che ha superato del 5,4% l’aumento delle esportazioni complessive”.

Una crescita più che proporzionale con determinanti ben precise. Alcuni dati: aumentano di circa il 20% le esportazioni di automobili, che toccano quota 6,5 milioni di vetture spedite all’estero. Sale di un quarto l’export di semiconduttori, nonostante la forza della guerra tecnologica statunitense, e aumenta di poco meno del 27% la vendita all’estero di navi.

Giù l’export cinese negli Usa, su nel resto del mondo

In secondo luogo, questa crescita che avviene sinergica in ogni settore e vede l’export spingere le prospettive economiche di Pechino, che invece si arrabatta con consumi interni al palo e con segnali d’allarme sul fronte interno, ha anche una struttura geografica molto diversificata.

I dati analizzati dal Financial Times lo confermano. Nonostante un calo del 29% del surplus nell’export verso gli Usa, da 361 a 257 miliardi di dollari, la Cina ha saputo compensare aumentando il proprio export e la propria bilancia commerciale verso due aree economiche ben integrate.

Verso il sempre più frenetico mercato dell’Asean il dato sale da 190 a 245,2 miliardi di dollari (un +29% simmetrico al calo Usa), verso l’Unione Europea invece da 219 a 266,8 miliardi di dollari (poco meno del 22% di crescita), dato che rende il blocco il destinatario del singolo maggior surplus cinese. Impressionante anche la corsa nel resto del mondo. Se globalmente nel 2022 la Cina era in deficit di 2 miliardi di dollari nella bilancia commerciale verso tutte le aree non Ue, Usa e Asean, a novembre di quest’anno è stato accumulato un surplus verso questi Paesi (che includono anche grandi economie come Canada, Giappone, Corea del Sud, India, Turchia, Messico, Brasile e via dicendo) di 306,7 miliardi di dollari.

La Cina è il motore della globalizzazione

Arriviamo dunque al terzo punto: se nel contesto degli Anni Novanta e primi Duemila la produzione industriale della Cina “fabbrica del mondo” era uno dei motori della globalizzazione, oggi in un mondo dove si alzano nuove barriere e dove il principio di sicurezza economica, soprattutto in Occidente, è enfatizzato di fronte all’emergere di blocchi concorrenti sempre più dinamici, la produzione ad alto valore aggiunto di Pechino è la globalizzazione stessa.

C’è una grande differenza. Nel primo contesto, Pechino produceva e immetteva sul mercato un’ampia gamma di prodotti a medio e basso costo che finivano per sostenere la spinta al consumo delle classi medie occidentali, “finanziando” al contempo il deficit commerciale americano, primo motore della sua ascesa, comprando i buoni del Tesoro statunitense.

Oggi, invece, la Cina emerge come potenza commerciale dominante nonostante la rivalità con gli Usa e avendo, anzi, sorpassato diverse complementarietà storiche. Si pensi a quella con la Germania, Paese che ha visto molti dei suoi settori storicamente complementari con Pechino vedere l’export fagocitato dalla Repubblica Popolare. Parliamo di un contesto in cui la Cina si può permettere di “barare” su molti campi: il remnibi, la valuta nazionale, è svalutata rispetto alle potenzialità economiche del Paese e la prosperità si basa anche su standard del lavoro inaccettabili e inefficienti.

Il gioco complesso della Cina

Per la Cina il gioco è al limite. Cavalcare l’onda lunga del dominio nell’export su scala globale può sicuramente riempire i forzieri delle aziende della Repubblica Popolare. Ma su questa scala rischia di generare anche un neo-protezionismo generalizzato di ritorno ancora più vasto di quello americano manifestato con le politiche industriali di Joe Biden e i dazi di Donald Trump.

L’export cinese sembra destinato ad alimentare completamente sé stesso, anche perché su molti settori per Pechino i risultati sono il frutto di un dominio nell’innovazione, nella scala industriale e nella ricerca e dunque dell’impegno di centinaia di milioni di lavoratori e tecnici. Autori di una rivoluzione industriale senza precedenti nella storia umana, che rischia però di travolgere le tradizionali roccaforti dello sviluppo economico mondiale. E dovrà dunque essere governata con attenzione, con la Cina che dovrà decidere se vincere o azzardare la tentazione di stravincere. Con tutti i rischi del caso.