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Perché la Cina non può salvare l’America Latina anche questa volta

La Cina è stata fondamentale per l’America Latina in occasione dell’ultima grande crisi finanziaria globale del 2008. Oggi, nel pieno di una pandemia, molti si chiedono se quel salvataggio possa ripetersi alla luce della politica umanitaria che sta portando in...
Cina Xi Jinping (La Presse)

La Cina è stata fondamentale per l’America Latina in occasione dell’ultima grande crisi finanziaria globale del 2008. Oggi, nel pieno di una pandemia, molti si chiedono se quel salvataggio possa ripetersi alla luce della politica umanitaria che sta portando in Argentina, Brasile, Ecuador, Cile, maschere e test made in China. Pechino, che si pone come leader globale nella lotta al virus, potrebbe, infatti,cogliere la recessione gravissima davanti a noi per cementare nuovamente la sua influenza nel cortile di casa degli Stati Uniti. Oppure no.

Il precedente del 2008

Dopo la fondazione della Repubblica popolare cinese nel 1949, le relazioni tra Cina e America Latina hanno attraversato fasi alterne. Nel 2008, il governo cinese pubblicò il suo primo documento programmatico sull’America Latina e sui Caraibi, proponendo l’obiettivo di stabilire un partenariato cooperativo caratterizzato da “uguaglianza, mutuo vantaggio e sviluppo comune”. Nel 2014, i leader delle due parti si riunirono a Brasilia per annunciarne l’istituzione dando vita a frequenti scambi e dialoghi politici di alto livello, a uno sviluppo rapido e completo nel commercio, investimenti, finanza e scambi culturali. Le due parti si sono anche appoggiate e strettamente coordinate tra loro negli affari internazionali: l’istituzione del Forum della Cina e della Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (Forum China-CELAC) ha fornito una nuova piattaforma per la cooperazione tra le due parti, gettando le basi per lo sviluppo della cooperazione bilaterale.

La Cina si riprese rapidamente dalla crisi finanziaria, intensificando gli investimenti diretti in America Latina, in particolare in Brasile, principalmente nelle materie prime come energia e minerali. La dimensione di questo crescente legame è testimoniata da alcuni dati: ad esempio, nel 2008 le esportazioni totali dell’America Latina in Cina hanno raggiunto i 47 miliardi di dollari, con un aumento del 163% tra il 2000 e il 2008: in quella fase la Cina è diventata il mercato numero uno per le esportazioni cilene e brasiliane e il numero due per le esportazioni dall’Argentina, dal Perù, dalla Costa Rica e da Cuba (Dati Carnegie). Dal canto loro, i paesi latinoamericani fronteggiavano una brusca frenata dovuta soprattutto al crollo vertiginoso dei prezzi delle materie prime: l’occasione fu ghiotta per Pechino per estendere la propria influenza nell’altro emisfero, ritagliandosi il ruolo di salvatore delle economie svantaggiate. Si trattò di una maxi operazione che raddoppiò gli aiuti al Venezuela (12 miliardi di dollari) e fornì un prestito di un milione di dollari all’Ecuador per la costruzione della centrale elettrica Coca Codo Sinclair, costruita dalla società cinese Sinohydro, ufficialmente messa in funzione nel 2016. Gli accordi più importanti però riguardarono Argentina e Brasile. Per Buenos Aires, Pechino promise 10 miliardi di dollari in aiuti, da ripagare con l’importazione di merci cinesi. Meccanismo pressoché identico per il Brasile, la cui compagnia petrolifera di Stato, Petrobras, ricevette un finanziamento alla ricerca off-shore in cambio dell’impegno brasiliano ad esportare in Cina almeno 100 mila barili di petrolio al giorno.

Un intervento a gamba tesa talmente plateale da far invocare a Washington la dottrina nimby.

La situazione attuale

La situazione economica e sanitaria dell’America latina è una vera bomba ad orologeria. Il numero dei contagiati da coronavirus in America latina aggiornati all’11 aprile (dati ANSA) ha superato quota 60.000, di cui oltre 2.503 morti. Al netto di una situazione sanitaria precaria, l’economia latinoamericana sta soffrendo una grandissima contrazione: se nel 2019 era presente una situazione di stagnazione ora si procede dritti verso la recessione. Alle stelle disoccupazione e debito pubblico, con una stima di quasi 100 milioni di nuovi poveri entro la fine della pandemia. A subire i contraccolpi maggiori le industrie, colpite da blocchi e fermo della produzione. Il settore agricolo, grande risorsa della regione, non riesce a colmare queste carenze ed urge, a livello internazionale, un accordo che protegga dalla estrema volatilità dei prezzi dei beni agricoli: mais, soia e zucchero hanno visto crollare le proprie quotazioni assieme a quelle dell’oro nero, in una pericolosa reazione a catena.

Cosa (non) può fare Pechino

Dallo scoppio della pandemia la Cina ha puntato su una diversa narrazione di sé: da grande Leviatano dell’economia mondiale a promotrice della mask diplomacy. Così, anche in America latina, sono arrivati guanti, test e mascherine come in molti Paesi del mondo, complice l’assenza americana. Uno dei primi Paesi a ricevere aiuto è stato il Venezuela, con la consegna di circa 4.000 test per Covid-19 a metà marzo poco dopo che il Fondo monetario internazionale (FMI) aveva negato i 5 miliardi di dollari che il governo di Nicolás Maduro aveva chiesto. Il sostegno di Pechino è stato anche ricevuto con entusiasmo e ampio apprezzamento da paesi come Bolivia, Ecuador, Argentina e Cile, che hanno persino inviato esperti in Cina per studiare la loro risposta all’epidemia. Non tutte sono state donazioni: il Messico, ad esempio, ha stipulato un accordo di forniture mediche per un valore di 56,4 milioni di dollari.

Dunque Pechino sta salvando nuovamente l’America Latina? Al momento no. La regione è molto cambiata dal 2008, così come lo è la Cina: l’area presenta un’estrema volubilità politica (che potrebbe incancrenirsi nel mezzo della crisi sanitaria) che Pechino teme. Gesti di amicizia si, ma niente salvataggi epocali. Sposa questa linea la celebre analista Margaret Myers,direttrice del programma Asia e America Latina presso il Dialogo Interamericano, secondo la quale il modo in cui la Cina aiuterà la regione sarà molto, molto diverso da come ha fatto dopo il 2008. Il possibile salvataggio offerto dalla Cina dipenderà dalle sue stesse prospettive di ripresa economica, oltre alla volontà di aumentare il proprio ruolo nella regione.

Non va inoltre dimenticato che il ritmo dei finanziamenti dalla Cina all’America Latina è rallentato negli ultimi anni, il che mette in dubbio questa possibile assistenza. Sebbene l’offerta di maschere e altri dispositivi di protezione possa essere molto importante per aiutare la regione ad affrontare la fase acuta della pandemia, la situazione sarà completamente diversa nel lungo periodo: non è realistico aspettarsi che la Cina, da sola, possa farsi carico delle lacune profonde nei sistemi sanitari nei paesi dell’America Latina o aiutare a guidare la crescita economica nella già profonda recessione economica regionale e globale. La crisi del 2008 era sistemicamente differente (era innanzitutto una crisi finanziaria e non generata da uno stop della produzione e dall’isolamento): ora Pechino deve non solo risollevarsi (con un tasso di crescita rallentato e maggiori oneri fiscali) ma ricostruire una credibilità internazionale con quei Paesi che bollano la Cina come l’origine della pandemia. Uno di questi è proprio il Brasile, le cui accuse sono state incriminate come razziste dall’establishment cinese.

Vi sono tutti gli elementi, dunque, per credere che Pechino, in questo momento, non ha né interesse né vantaggi nel “salvare” l’America Latina: ora è il momento di salvare se stessa.





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