La Banca d’Italia ha recentemente pubblicato i dati sul debito pubblico nazionale aggiornati a dicembre scorso, segnalando che il suo valore aveva toccato quota 2.587,471 miliardi di euro, in aumento di oltre 160 miliardi dopo il durissimo 2020 vissuto dall’Italia, da febbraio scorso costretta a fare i conti con la tempesta del Covid-19 e la conseguente crisi economica. Via Nazionale, nei suoi rapporti più aggiornati, spiega che ad aumentare il debito hanno contribuito “sia il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (152,4 miliardi) sia l’incremento delle disponibilità liquide del Tesoro (9,6 miliardi, a 42,5)”, giunte a livelli record nel pieno dell’emergenza; sul tema si è espresso Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, che ha sottolineato, riporta LaPresse, che “nel 2020 è come se ogni italiano avesse un debito di 43 mila e 78 euro. Un valore superiore al precedente primato del 2019 quando era pari a 40 mila e 288 euro”.

Qui siamo di fronte a un equivoco che contraddistingue molte riflessioni sul tema del debito e del deficit pubblico: l’intestazione del debito di una pubblica amministrazione nel suo complesso (lo Stato italiano) sulla comunità che le sue leggi ed attività contribuiscono a governare (la popolazione). Il tema del debito “pro capite” è considerato simmetricamente paragonabile a quello del Pil per abitante, senza pensare che se da un lato quest’ultimo è un flusso calcolato su un preciso intervallo temporale dall’altro il debito è uno stock.

Il “debito pro capite” è fuorviante

Capire il futuro del debito pubblico nazionale è fondamentale e interrogarsi sul tema è una questione di primaria importanza per la nostra politica economica. Ma per prima cosa non possiamo che segnalare che il pur accattivante argomento di Dona, che ripropone un refrain popolare nella pubblicistica mediatica, è fuorviante. Per una triplice serie di motivazioni.

In primo luogo, il debito non è un monolite, una torta divisibile in fette uguali imputabili a ciascun cittadino. Le sue componenti si dividono in diverse categorie, dai titoli a scadenza annuale alle cedole a più lunga durata, oltre che dai tassi di interesse ripagati dallo Stato per ciascuna di queste categorie. Interesse dello Stato è evitare che si creino fiammate speculative, crisi di solvibilità su determinate emissioni o diserzioni di aste voluminose e per questo strategiche, ma non c’è nelle intenzioni del decisore pubblico la volontà di ripagare il debito nella sua interezza, idea che associando il debito pubblico a un qualsiasi debito privato che grava sui cittadini o sulle famiglie (per Dona quasi 100mila euro a nucleo, en passant) si rischia di alimentare.

E qua veniamo al secondo punto: un uso bilanciato dello strumento del debito alimenta la ricchezza dei cittadini. In che modo? Basta guardarsi attorno: scuole, ospedali, ferrovie, reti elettriche e idriche, ponti, porti e aeroporti, per fare un elenco sommario, sono in stragrande maggioranza costruiti col contributo della spesa pubblica e dalla Difesa ai vigili del fuoco, dai Carabinieri ai funzionari pubblici, tutta l’architettura di organizzazione e difesa del bene comune è di competenza finanziaria dello Stato. Sarebbe anche solo illogico pensare che azzerare assieme al debito pubblico buona parte della capacità di una nazione come l’Italia di fornire servizi del genere possa risolvere qualsiasi problema al Paese.

Infine, il complesso dei titoli di Stato è in buona misura detenuto da istituzioni finanziarie e cittadini, che dunque alleviano notevolmente lo status “debitorio” della popolazione. I cittadini italiani detengono il 6% dei titoli, le banche il 45%, l’Eurosistema (dalla Bce alla Banca d’Italia) un ulteriore 20% protetto da ondate speculative in questa fase e da pressioni sul rimborso.

Un uso strategico del debito

Questo non deve, chiaramente, farci saltare sul fronte opposto e far pensare di ignorare completamente il tema di un virtuoso uso dei fondi pubblici. Forse il presidente del Consiglio Mario Draghi, parlando al Meeting di Rimini, ha eccessivamente polarizzato il discorso dividendo tra debito “buono” (investimenti) e “cattivo” (sussidi), ma il tema di un utilizzo consapevole e di prospettiva dello strumento debitorio aiuta a capirne il valore di strumento indispensabile per creare la ricchezza dei cittadini. Specie in una fase in cui la pandemia ha mostrato la necessità di richiamare in campo gli Stati a sostegno dei settori in crisi, dell’occupazione e della promozione di politiche anticicliche.

Non a caso lo stesso Draghi, a marzo scorso, aveva puntualizzato sul Financial Times che elevati livelli di debito pubblico con cui convivere sarebbero stati il nuovo principio di normalità economica per il periodo post-pandemico, e la risposta degli Stati alla crisi ha reso concreta questa intuizione: il debito globale, a fine 2020, era oltre tre volte e mezzo il Pil del mondo (365% secondo le stime il rapporto) e, pure in un contesto di crescita trainata dal debito privato e corporate, ogni area del mondo ad alto tasso di sviluppo ha segnato una crescita notevole. +25% per gli Usa, +20% per il Regno Unito, +15% per l’intera Eurozona (e quasi +30% per l’Italia, che vedrà il rapporto schizzare a circa 160%) sono gli incrementi segnalati per il rapporto debito pubblico/Pil da Visual Capitalist. Non dimentichiamo che, al contempo, sta emergendo il valore della lezione giapponese, con Tokyo vero e proprio laboratorio delle capacità di gestione di un contesto di elevato debito pubblico, bassa inflazione e popolazione in invecchiamento nel quadro di un’economia sviluppata e capace di produrre occupazione in settori innovativi e ad alto valore aggiunto.

Come sottolinea il Financial Times, il Giappone può insegnare il valore della difesa della “fiducia pubblica nella Banca Centrale e di mettere le sue politiche al servizio di strategie per la crescita”. E come potrebbe fare l’Italia? Le strade non mancano.

Prestito nazionale, spesa pubblica, Cdp

In primo luogo, serve una strategia nazionale per aumentare la quota di debito pubblico in mano a soggetti istituzionali e privati nazionali. Esponenti di peso del mondo economico e istituzionale come Giulio Sapelli, Ferruccio de Bortoli, Paolo Savona, Giovanni Bazoli e Giulio Tremonti nei primi mesi della pandemia hanno valorizzato l’idea di un prestito nazionaledi veri e propri “bond di guerra” capaci di mobilitare il risparmio privato a sostegno della ricostruzione nazionale. Aumentando di converso il peso dei soggetti italiani nelle finanze pubbliche nazionali. Il governo di Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri si è mosso con eccessiva timidezza sulle emissioni, limitandosi a sfruttare le garanzie dell’ombrello Bce sui rendimenti, senza mettere l’indebitamento a servizio di un progetto di rilancio della nazione.

In secondo luogo, occorre promuovere investimenti strategici capaci di dispiegare sul medio lungo termine il loro potenziale produttivo e occupazionale, valorizzando quel “capitale fisso” che in Italia gode già di notevole attenzione da parte dei finanziamenti della Banca Europea degli Investimenti e sarà centrale nel piano del Recovery Fund. Il debito come creatore della ricchezza dei cittadini si manifesta nella realizzazione di infrastrutture, reti, sistemi di valenza strategica.

In terzo luogo, c’è un’istituzione che unisce governance di stampo pubblico e capacità operative legate al settore privato che può essere la chiave di volta della ripresa della nazione, ed è Cassa Depositi e Prestiti. Cdp, col Patrimonio Destinato ha già messo sul piatto oltre 40 miliardi di euro per il sistema Paese attraverso una struttura che, come riporta Qui Finanza, “secondo il disegno del Presidente della Commissione vigilanza su Cdp Sestino Giacomoni”, esponente di Forza Italia, “potrebbe raggiungere una dotazione molto più elevata superiore ai 400 miliardi, facendo perno su appena il 10% del risparmio degli italiani che ammonta a 4.400 miliardi di euro, per sostenere le imprese italiane colpite dalla pandemia di Covid-19”.

Il governo Draghi può pensare a azioni di questo tipo per un grande progetto nazionale capace di ridare prospettive al Paese. Il debito pubblico è, come altri componenti della politica economica, uno strumento che può essere bene o male utilizzato: all’esecutivo il compito di farne il corretto uso, andando oltre ogni strumentale e riduttiva retorica che aiuta ben poco a comprendere le potenzialità operative dell’Italia.

 

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