C’è un certo inaspettato fermento di fronte alla possibile ratifica di trattati di libero scambio, come il Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement) l’accordo tra Canada e Unione europea.

Inaspettato, perché fino ad oggi la platea dei cittadini europei si era piuttosto abituata all’idea che il libero commercio fra Stati fosse un traguardo necessariamente da tagliare, in quanto unica via verso lo sviluppo e il progresso.

Libero scambio unica possibilità tra le nazioni?

Forse è proprio quella parola “libero” che ha rappresentato un tranello semantico non da poco, nascondendo dietro un principio assolutamente positivo, quella che è in realtà una complessa teoria economica. Che i rapporti commerciali tra le nazioni del mondo debbano concretizzarsi solo attraverso trattati di libero scambio è infatti un’idea precisamente “aziendalista”, secondo cui le imprese possono infatti agire in uno spazio dove l’intervento statale viene fortemente limitato, se non fatto sparire.

Addirittura, la maggior parte dei trattati di libero scambio prevedono una clausola che permette alle aziende di rivalersi attraverso arbitrati internazionali contro quegli Stati che avrebbero violato le regole dell’accordo. Questa precisa politica economica ha regolato il mondo occidentale dagli anni Ottanta fino all’altro ieri. Più precisamente fino all’elezione di Donald Trump, il tycoon che con la rievocazione di dazi e dogane ha rimesso in discussione tutta questa impalcatura.

Perché l’Italia non ratifica il Ceta

E se oggi solo 13 dei 28 Stati membri dell’Unione europea hanno ratificato il Ceta, è anche grazie al lavoro di Trump degli ultimi tre anni, che ha, de facto, fatto crollare il mito del libero commercio. Il trattato di libero scambio tra Unione europea e Canada, per l’appunto il Ceta, prevederebbe infatti l’eliminazione del 98% delle barriere tariffarie tra le due sponde dell’Atlantico, oltre ad una progressiva uniformazione tra le due economie (possibilità per le imprese europee e canadesi di partecipare alle rispettive gare di appalto pubbliche, il riconoscimento reciproco di alcune professioni).

Anche nel caso del Ceta è prevista una clausola che permetterebbe alle aziende, europee o canadesi, di portare gli Stati inadempienti di fronte ad un arbitrato internazionale costituito ad hoc, con la possibilità di essere risarciti per cifre considerevoli (a spese dei contribuenti degli Stati ritenuti colpevoli). Ora, il trattato è già in vigore dal 2017, tuttavia per essere pienamente operativo deve aspettare la ratifica di tutto gli Stati membri Ue, tra cui manca anche l’Italia.

Qui il dibattito sembra apertissimo e i due sottosegretari agli esteri, Di Stefano e Scalfarotto, sostengono due posizioni antitetiche. Scalfarotto spinge per la ratifica del trattato, mentre Di Stefano la vuole impedire.

Tutti i rischi del Ceta

In questa diatriba, Il Sole 24 Ore, che sicuramente non può essere descritto come un giornale nostalgico del protezionsimo sembra smentire tutti i benefici che di solito vengono attribuiti al Ceta.

“La verità è che le cose andavano meglio prima (del Ceta). Il Ceta è in atto dal settembre 2017 e si hanno a disposizione due anni di dati, fino al settembre 2019, che ho confrontato con i due anni precedenti, dal 2015 al 2017. Negli ultimi due anni, quindi da quanto il Ceta è in vigore, l’export verso il Canada in effetti è cresciuto del 6,5% all’anno, circa i 400 milioni di cui parla Scalfarotto. Tuttavia, nei 2 anni precedenti, il nostro export verso il Canada era cresciuto del 6,7% all’anno, praticamente con trend immutato, nessun miglioramento. Le nostre importazioni dal Canada negli ultimi due anni sono invece aumentate del 3,2%, mentre in passato crescevano soltanto dell’1,7%. Di conseguenza la nostra bilancia commerciale che cresceva dell’11% prima del Ceta, dopo il Ceta cresce soltanto dell’8,7%. Quindi, c’è stato un peggioramento relativo della bilancia commerciale”.

Dunque, sembra di capire che oltre ai rischi già conosciuti relativi all’abbassamento degli standard fitosanitari, per esempio per quel che riguarda certi prodotti alimentari, il Ceta non garantirebbe nemmeno quei benefici relativi all’aumento dell’export per le aziende europee e italiane. La testimonianza di Geraci in questo senso sembra essere abbastanza superpartes da risultare credibile. Cosa può fare quindi l’Italia? Non ratificare il trattato sarebbe un gesto piuttosto forte da parte di un Paese fondatore, che potrebbe legittimare una ridiscussione totale dell’impalcatura del Ceta.

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