Ferretti Group è uno storico produttore italiano di yacth e megayacht di lusso. È un’eccellenza nata nel 1968, fiore all’occhiello del Made in Italy, espressione di qualità e tecnologia nautica avanzata, garanzia di eleganza e status symbol mondiale. Dal 2012, la multinazionale finisce sotto il controllo di Weichai Group, parte integrante dello Shandong Heavy Industry Group, azienda di Stato cinese specializzata in macchine edili e attrezzatureo agricole. Gli emissari del Dragone versano circa 374 milioni di euro e ottengono il controllo del 75% del capitale di Ferretti attraverso un’operazione legata alla ristrutturazione del debito del gruppo italiano, quotato sia sulla Borsa di Milano che su quella di Hong Kong.
Negli anni successivi l’affare si ingrossa, subentrano altri soci, anche se il timone rimane tutt’oggi nelle mani di Weichai. Solo che tra i nuovi arrivati ha iniziato a farsi largo, e pure con una certa insistenza, Kkcg, una holding di investimento ceca fondata dal miliardario Karel Komarek, che – nel momento in cui scriviamo – è la seconda maggiore azionista di Ferretti con circa il 23%. Ha così preso il via una lotta intestina in seno alla multinazionale tra Weichai, che adesso detiene quasi il 40% del gruppo, e Komarek, secondo cui i proprietari cinesi starebbero portando nella direzione sbagliata.

Cosa succede nel Ferretti Group?
Ma qual è la posta in palio? Se lo chiedono gli esperti, la stampa finanziaria e pure i soci di Ferretti. A prima vista, infatti, si potrebbe pensare a uno scontro societario tra Weichai e Komarek su nomine nel Cda, maggiore rappresentanza o strategie di mercato.
Ricordiamo che l’attuale Cda verrà dunque rinnovato con la prossima assemblea degli azionisti di metà maggio e che, come ha sottolineato Milano Finanza, vi sono attriti tra i cinesi e il management del gruppo guidato dall’ad Alberto Galassi. Il motivo? Pare che Weichai voglia più rappresentanza nei processi decisionali. Non è un caso che nel 2025 il board sia stato scosso da integrazioni e rimpasti, compresa quella che ha portato alla nomina di Hao Qinggui come nuovo presidente.
Arriviamo così a una seconda domanda cruciale: a cosa puntano davvero i cinesi? Dalla fine del 2025, con cadenza giornaliera, Weichai Group, attraverso la controllata Ferretti International Holding, ha tra l’altro acquistato massicciamente titoli Ferretti sul mercato di Piazza Affari, arrivando a possedere oltre il 38% delle quote. Il secondo azionista, come detto, è Komarek. Seguono diversi italiani, tra cui Danilo Iervolino (circa il 5,2%), Piero Ferrari (4,63%) e la famiglia Bombassei (intorno al 2%), oltre a un 14% controllato da una ventina di fondi istituzionali.

A cosa puntano i cinesi
Il prossimo 14 maggio si terrà l’attesa assemblea dei soci. Verranno presentate due liste contrapposte per la formazione del nuovo Cda. Da un lato abbiamo l’elenco di Kkcg, con Galassi confermato come Ad, Komarek presidente e membri quali Bader al-Kharafi, Piero Ferrari (già presente nel board), Stefano Domenicali (amministratore delegato di Formula1) e Francesca Filippini Pinto. La lista di Weichai a “trazione cinese” include Tan Ning (l’attuale direttore esecutivo) come presidente e, tra i membri, Donatella Sciuto, rettrice del Politecnico di Milano, ateneo che ha firmato vari accordi di collaborazione con la Cina.
L’Economist ha scritto che la crescente rilevanza di Kkcg deriverebbe dal timore che Weichai possa tentare di trasferire la tecnologia dell’azienda italiana in Cina per utilizzarla nel settore marittimo. E questo rappresenterebbe un problema, dato che Ferretti intende espandersi nel redditizio settore della sicurezza marittima. “L’azienda non può sperare di lavorare con tecnologie militari occidentali se un’azienda statale cinese ne ha accesso”, ha scritto il settimanale.
Non è però da escludere anche un’altra ipotesi: che il Dragone voglia vedere fallire l’attività nautica di Weichai. Lo scorso aprile, la Sasac, l’ente cinese che gestisce le aziende statali, ha istituito un ufficio all’estero per monitorare da vicino le attività delle aziende fuori dal Paese. Parte di questo compito consisterebbe nel ripulire le partecipazioni di minoranza ingombranti e le acquisizioni problematiche che hanno poca attinenza con le attività principali delle società a controllo statale.

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