Joe Biden, in una recente conversazione col New York Times, ha dichiarato esplicitamente quello di cui c’era sentore già da diverse settimane, e cioè che è impensabile immaginare una svolta a trecentosessanta gradi dei rapporti tra Usa e Cina dopo la fine dell’amministrazione Trump. Contrariamente a voci infondate che vedono Biden come “filo-cinese”, democratici e repubblicani sono concordi sulla rilevanza del principale dossier strategico, il contenimento di Pechino, e il presidente eletto ha confermato questo sentore parlando della più pesante eredità di Trump nei rapporti transpacifici: i dazi e la guerra commerciale.

Biden infatti ha dichiarato che nella raffica di ordini esecutivi che inaugureranno la sua presidenza dal 20 gennaio prossimo non sarà contemplata alcuna misura per invertire le politiche di Trump sul fronte commerciale. Dopo la firma degli accordi “Fase Uno” tra Washington e Pechino, nel gennaio scorso, la competizione commerciale è stata riportata negli alvei ordinari ed è tornata, per quanto possibile, gestibile. Biden non intende perturbare tale equilibrio da un lato o dall’altro ma, come dichiarato a Thomas Friedman in un lungo colloquio telefonico, intende sviluppare una “strategia coerente” con gli alleati statunitensi in Europa e Asia.

La priorità, spiega Biden, sarà la politica interna e in particolare lo stimolo all’economia, con i programmi di ricostruzione industriale, rilancio della produzione e rafforzamento del welfare e del sostegno ai redditi dei cittadini statunitensi che necessiteranno l’impiego di grandi risorse e grandi energie politiche da parte della Casa Bianca e del nuovo Segretario al Tesoro Janet Yellen. In questo contesto, strategicamente, Biden potrebbe farsi schermo dietro le tariffe imposte da Trump per facilitare il reshoring della produzione industriale strategica, nei limiti del possibile, sul suolo statunitense.

E se da un lato i dazi su 360 miliardi di dollari di prodotti cinesi e le risposte di Pechino hanno penalizzato fasce della popolazione americana, tra cui gli abitanti di roccaforti trumpiane come gli agricoltori della Corn Belt, dall’altro Biden mira a un piano da 300 miliardi di investimenti produttivi in alta tecnologia, innovazione, nuove tecnologie industriali che vedrebbe proprio nel contrasto al potere di mercato delle imprese di oltre Pacifico il bersaglio principale.
Né può sfuggire il fatto che ragioni consolidate di sicurezza nazionale impongono a Biden un approccio graduale. Negli apparati di potere democratici la classe dirigente dell’era Biden è stata scelta pescando in veterani della sicurezza, come dimostrano le affiliazioni di autorevoli membri del futuro governo con la società di consulenza WestExec e con l’enigmatica società di data mining Palantir, legata al Pentagono. Dunque, Biden cercherà con gradualismo di riannodare i fili del contenimento anti-cinese facendo leva sul sostegno europeo ed asiatico.
Proposito sicuramente impegnativo: l’America is back! di Biden si scontra con un’oggettiva evoluzione del sistema internazionale che ha gradualmente ridimensionato le prospettive strategiche di Washington. Nell’era Trump gli Usa hanno usato contro la Cina un curioso mix delle pratiche di contenimento e dell’arsenale di hard power e soft power a disposizione: bandi a aziende strategiche come Huawei, retorica dei diritti umani su dossier come Xinjiang e Hong Kong, massima pressione commerciale, utilizzo dello strumento navale nel Mar Cinese Meridionale per segnalare la presenza di solidi alleati nella regione, sostegno a politiche di cambio di regime in Paesi ritenuti cruciali (Bolivia) per la corsa a materie prime determinanti, guerriglia mediatica e informativa con riscoperta di terminologie come “guerra fredda”, “dittatura totalitaria” e “valori occidentali” in senso puramente strumentale. Non c’è motivo di pensare che l’era Biden possa segnare una reale discontinuità, se non per il fatto che la nuova amministrazione cercherà, sui dossier commerciali, un maggior multilateralismo che alla prova dei fatti è tutto da dimostrare che sarà conseguibile.
Come ha scritto l’economista Mario Seminerio, “non basta parlare di “ripristinare la leadership americana”. Serve anche capire a quali fini e con quali messaggi per il resto del mondo. Altrimenti, la fiaba bella dell’eccezionalismo americano è destinata a un triste epilogo”. Non a caso negli stessi giorni in cui Xi Jinping si congratulava con Biden per il successo alle elezioni la Cina concludeva il mega-accordo commerciale pacifico Rcep, che ha plasmato le nuove regole del commercio nell’era multipolare: catene del valore regionalizzate, accordi commerciali che non impongono partnership politiche, aggregazioni sistemiche di economie eterogenee per fattori produttivi, volume di investimenti e prospettive di sviluppo.
Biden ha lanciato un messaggio agli alleati, ma la gamba asiatica rischia di esser persa in partenza. “Biden dovrà confrontarsi con le molte e abituali contraddizioni della politica estera americana ma soprattutto con l’assalto cinese al suo primato economico”, nota Seminerio, e sul fronte europeo è tutto da dimostrare il fatto che Paesi come Germania e Francia accettino di contenere la Cina, obiettivo a loro non sgradito, unicamente in relazione all’agenda di Washington. L’America, in fin dei conti, non è tornata: non se ne è mai andata, ma il treno di Pechino nel campo commerciale corre più veloce. E forse Biden finirà per concentrarsi sull’esistente, non trovando una strategia diversa dai dazi del suo predecessore per contenere, anche minimamente, lo sfidante asiatico.

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