L’Europa, e più in particolare i 28 membri dell’Ue, sembrano entrati in una nuova fase di recessione economica. Così i principali Stati del Vecchio continente che ancora non erano riusciti a far tornare gli indicatori economici ai livelli pre crisi, dovranno affrontare una nuova tempesta con una barca ancora malconcia per l’uragano precedente.

Affrontare una crisi senza il Quantitative easing è un rischio

Se i principali media italiani ed europei si concentrano infatti sulle previsioni al ribasso che colpirebbero in particolare lo stivale, è in realtà tutta l’eurozona a subire un forte rallentamento. I motivi? Sono i più disparati. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina soprattutto, ma anche l’incertezza sulla Brexit e, per finire, la progressiva riduzione del programma di acquisto dei titoli di Stato (Quantitative easing) della Banca centrale europea. Ed è proprio su quest’ultimo punto che molti economisti hanno cominciato ad interrogarsi.

Dubbi relativi alla funzione dell’istituto di Francoforte, al suo mandato e all’efficacia della sua azione per lo sviluppo degli Stati membri. L’ultima voce critica in tal senso è arrivata dal Giappone e in particolare da Richard Koo, economista e ricercatore il Nomura research institute. Koo, interpellato dalla Cnbc, ha infatti espresso il suo parere in merito ai rischi di potenziale inflazione che una reiterata azione espansiva della Bce potrebbe portare come conseguenza. Rischi che spaventano soprattutto la Germania, storicamente avversa ad una politica economica inflazionistica.

Debito pubblico elevato senza rischi di inflazione, la ricetta giapponese

Secondo Koo, tuttavia, l’Europa non ha motivo di preoccuparsi in tal senso e porta come esempio proprio il Giappone. “Quelli che tra di noi osservano il Giappone attualmente non vedono un andamento così negativo. I politici europei dovrebbero imparare dal cosiddetto decennio perduto del Giappone”. Koo si riferisce al periodo tra il 1991 e il 2001 in cui i tassi di interesse e l’inflazione erano a livello zero. Quel periodo storico è stato così caratterizzato da una stagnazione generale, con ripercussioni negative sulle compagnie giapponesi e sulle famiglie.

Da quell’anno in avanti tuttavia la politica economica del Giappone ha cambiato rotta, intraprendendo la strada espansiva. Così il debito pubblico ha raggiunto il 238% del Pil “uno dei più alti al mondo”. “Eppure, il Pil del Giappone non è mai sceso sotto il picco della bolla… E la disoccupazione non è mai salita al di sopra del 5,5%”. Insomma quella che Koo chiama “Japanization” dell’economia non sembra essere poi così male.

Anche a Wall Street la pensano uguale

La ricetta di Koo non è però voce isolata nel panorama dei principali economisti ed investitori internazionali. Circa un mese fa uno dei più importanti investitori americani al mondo, Bill Gross, rilasciava un’intervista dai contenuti analoghi. “Perché il governo non può fare due trilioni di deficit se la Federal Reserve comprerà il suo debito, come fanno in Giappone? Non c’è alcun rischio inflazionistico. Vorrei dire a Trump o al prossimo presidente chiunque esso sia, potrete spendere due trilioni di dollari, non c’è nessun problema. La Fed comprerà il debito”.

Anche in questo caso Gross sminuisce, o addirittura annulla, qualsiasi timore rispetto ad una spinta inflazionistica dovuta a politiche espansive. Insomma, fuori dall’Europa c’è una schiera di esperti di alto livello pronti a suggerire la migliore soluzione da intraprendere. A Bruxelles e Francoforte si fanno però orecchie da mercante e il prossimo cambio di vertice alla Bce, con la possibilità di vederne un falco come capo, fanno presagire uno scenario tutt’altro che confortante.

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